Il cardinale Tettamanzi ha celebrato i 50 anni dalla fondazione del Santuario "Nostra Signora d'Europa" all'Alpe Motta


Redazione

15/09/2008

di Filippo MAGNI

Una pioggia leggera ha accolto l’arcivescovo di Milano, cardinale Dionigi Tettamanzi, in visita al Santuario della Madonna d’Europa all’Alpe Motta per celebrarne i 50 anni dalla fondazione. Una pioggia che, sembra, quando scende dall’Alpe raggiunge il Mare del Nord attraverso il Reno, il Mar Nero attraverso l’Inn e il Danubio e il Mar Mediterraneo attraverso il Liro, l’Adda e il Po, in un ideale abbraccio europeo.

E proprio all’Europa il Cardinale ha dedicato l’omelia della messa giubilare, esordendo con le parole pronunciate dal suo predecessore, cardinale Montini, all’inaugurazione del Santuario, il 12 settembre 1958. «Mi ha colpito – ha detto Tettamanzi – un passaggio dell’omelia che è sì legato a un tragico passato, ma che potrebbe ritornare in qualche modo attuale: “Noi siamo andati incontro alle guerre – diceva Montini – perché la nostra gioventù ha sognato dei particolarismi, dei nazionalismi e degli egoismi, e un giorno questi sono scoppiati in bombe e sono scoppiati in odio. Sognate l’amore, sognate la fraternità, sognate la pace, sognate l’unità, sognate tutto quello che di bello, che di grande, che di buono l’umanità può desiderare sotto la luce cristiana, sotto la luce umana…”».

Tettamanzi ha voluto fare sue le parole del futuro Papa Paolo VI aggiungendo l’auspicio che l’Europa possa essere quella fonte di pace e unità di cui c’è bisogno. Un continente unito nel segno delle sue Chiese, ha spiegato il cardinale: «Anche le Chiese cristiane hanno fatto la loro parte» nella crescita dell’Europa.

«A Basilea nel 1989 – ha proseguito -, pochi mesi prima della caduta del Muro di Berlino, per la prima volta nella storia le delegazioni di tutte le Chiese europee si sono riunite in Assemblea ecumenica a prospettare la necessaria presa di coscienza che gli obiettivi dell’azione per la pace, per la giustizia, per la salvaguardia del creato sono tra loro interdipendenti e vanno perseguiti in modo sinfonico».

Seguita dall’assemblea di Graz nel 1997 e di Basilea 10 anni dopo. «E il mio predecessore, il cardinale Martini, che presiedette l’incontro di Basilea insieme all’attuale patriarca di Mosca Alessio II, già allora aveva sognato che l’Alpe di Motta, dominata da “Nostra Signora d’Europa”, potesse ospitare un Centro ecumenico europeo per la pace. Anche se a Motta il sogno non ha ancora avuto la realizzazione sperata, resta sempre un’idea affascinante per il futuro di questo luogo e di questa casa».

Un sogno reso ancora possibile dall’impegno delle Acli, ha aggiunto Tettamanzi: «Grazie a voi, cari amici aclisti e cari cristiani della valle San Giacomo, questo santuario alpino è un segno ancora vivo, che può diventare sempre più eloquente. Di qui il mio augurio alle Acli perché – in dialogo con la Chiesa locale e con il suo carissimo vescovo, monsignor Diego Coletti, con le Autorità del luogo e tutti gli amici di Motta – cerchino di raccogliere e rilanciare la grande eredità spirituale collegata con la Casa Alpina di don Luigi Re e con il significato iconografico di “Nostra Signora d’Europa”».

Molte le domande sul presente e sul futuro dell’Unione Europea, ha ricordato Dionigi Tettamanzi: «Può l’Europa trovare in se stessa e nella sua storia una propria univoca identità? È possibile una sua reale unità senza un’anima spirituale e ideali comuni? In una società culturalmente e religiosamente pluralista dove cercare questa anima e questi ideali per non cadere in visioni ideologiche o in fondamentalismi religiosi?».

Il Cardinale confessa di non avere risposte, ma anche che «nessuna persona seria e responsabile possa presumere di averle. Mi pare però che le questioni si debbano porre e che si debba evitare di darne per scontate le soluzioni, sviluppando invece una riflessione seria e profondamente profetica, libera, coraggiosa». Affinché l’Europa «possa davvero garantire i sacrosanti diritti umani e una vita piena non solo ai suoi cittadini, ma al mondo intero».

«Vieni Signore Gesù», ha concluso il Cardinale. «È l’invocazione – ha spiegato – delle prime generazioni cristiane, è il grido del credente, il germe della preghiera cristiana. In questa attesa della venuta del Signore c’è il senso del nostro essere Chiesa tra i popoli. L’unità ecclesiale si ricomporrà e si manifesterà nella misura in cui i cristiani si uniranno ad invocare su di loro e sul mondo: “Vieni Signore Gesù”».

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