Un progetto della Casa della Carità favorisce il reinserimento dei malati di mente


Redazione

23/09/2008

di Crsitina CONTI

Si chiama “Proviamoci ancora” ed è il progetto realizzato nella zona milanese di Calvairate-Molise dalla Casa della carità in collaborazione con la cooperativa “Detto Fatto”, per aiutare i malati psichici. «Abbiamo deciso di intervenire in questo territorio, perché è molto complesso. Ci sono case popolari, povertà diffusa, molti anziani soli e malati in situazioni di abbandono. C’è quindi un generale degrado ambientale. E poi i malati psichici sono molti: anche dieci utenti in un caseggiato», spiega la responsabile dell’iniziativa Maddalena Filippetti.

Il progetto è nato nel Duemila su iniziativa della Caritas, poi, due anni fa, è passato alla Casa della Carità. L’attività è finanziata dal Comune di Milano ed è in convenzione con il Dipartimento di Salute mentale dell’ospedale Fatebenefratelli.

Un intervento capillare che è centrato proprio su quello che i malati mentali sono in grado di fare. La cooperativa “Detto Fatto” si occupa, infatti, di manutenzione nelle case e ha deciso di mettere a disposizione la sua competenza per aiutare le persone abbandonate a se stesse a ricostruire la propria vita a partire dalla propria casa. «Molti di coloro che abitano qui fanno fatica ad andare al Centro psicosociale, la struttura a cui è affidata la loro cura. Pensare di fare qualche lavoretto nella propria abitazione, renderla più accogliente e sentirsi utili è importante per queste persone, perché le aiuta a riprendere in mano la loro vita», aggiunge la Filippetti.

E così, dopo aver appreso le basi dell’elettricità e dell’idraulica, stanza dopo stanza, si comincia a lavorare. Per questi malati, infatti, non basta l’assistenza, è importante migliorare anche la loro vita personale. Ogni intervento è comunque mirato e realizzato in collaborazione con i Centri psicosociali del territorio, che dipendono dal Fatebenefratelli.

Tinteggiare le pareti, mettere a norma l’impianto elettrico, riparare il rubinetto del lavello. Attività comuni, di cui tutte le case più o meno sentono il bisogno, ma importantissime per non lasciare solo chi è malato più gravemente. Il progetto mette a disposizione anche colloqui con gli operatori, per le persone che ne sentono la necessità, e un salotto informale, cioè la possibilità di prendere il caffè gratis e di scambiare, con l’occasione, quattro chiacchiere con qualcuno. Un modo come un altro per costruire relazioni, senza la rigidità di un rapporto psichiatra paziente, come avviene di solito in questi casi.

«Il semplice obbligo di recarsi al Centro psicosociale per una seduta col terapeuta può essere visto come un vincolo insopportabile per un malato grave. Queste iniziative vogliono essere, invece, un modo per stare vicino e di creare attorno a loro una rete di conoscenze pronta ad accoglierli nel momento del bisogno», spiega la Filippetti.

Attualmente gli utenti sono 63. Accanto a questi servizi, ci sono anche gruppi di auto-aiuto che prevedono la presenza di un operatore e un’unità di falegnameria, che permette anche a chi ha problemi più gravi di imparare un hobby, di costruire oggetti utili e di passare il tempo in compagnia: attività che per chi è in salute possono sembrare quasi banali. «Queste modalità di intervento si sono dimostrate vincenti anche per quegli utenti che vivono in situazioni di degrado. La nostra società, infatti, tende sempre più spesso a stigmatizzare le persone che hanno una malattia psichica, soprattutto se grave», commenta la responsabile.

Essere soli abbandonati a sé stessi, senza nessuno con cui parlare, peggiora sicuramente la malattia. Stare bene nella propria casa, creare una rete di relazione, avere un accompagnamento, costruire un progetto, insieme al Centro psicosociale, in cui nessuno si sente solo si è dimostrata una scelta vincente e che ha permesso finora di aiutare molte persone.

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