Gli estremi istanti della vita terrena di Gesù sono scanditi da frasi che testimoniano della sua sofferenza umana, ma anche della sua natura divina. Preziosi quegli istanti, e preziose quelle espressioni definitive...


Redazione

21/03/2008

di Giuseppe GRAMPA

Chi ha vissuto l’ardua, eppure consolante esperienza di accompagnare fino alla morte una persona cara, custodisce nella memoria quelle ore e la grazia delle ultime parole. Davvero preziose sono le parole che nell’ora della morte possiamo raccogliere dalle labbra di chi ci sta lasciando. Così è per i nostri cari, così è per la persona di Gesù. La pietà cristiana ha raccolto dai quattro Evangeli le ultime parole di Gesù morente: sette parole che precedono il forte grido (Mc 15,37) che accompagna la morte.

Una parola è riferita dall’evangelista Matteo in aramaico, la lingua corrente che Gesù adoperava: «Elì, Elì lema sabactani?» («Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»). È significativo che questa parola sia giunta a noi così come è stata pronunciata. Sulle labbra di Gesù non c’è parola più terribile e insieme più umana: parola che dà voce alla solitudine della morte.

Quante volte i nostri cari, all’avvicinarsi della morte, ci chiedono di non lasciarli soli. Ed è esperienza umanissima quella di tener stretta la mano di chi si incammina verso la sua ultima ora, quasi a volergli infondere fiducia. Questa parola di Gesù ci ricorda quanti vivono e muoiono nella solitudine, nell’abbandono, vittime dell’anonimato e dell’indifferenza.

Se con questa drammatica invocazione Gesù si volge verso l’alto, con un’altra parola si volge verso il basso, verso quell’umanità che si è come impadronita di Lui riducendolo a una maschera di sofferenza e di sangue. Gesù aveva insegnato ai discepoli: «Amate i vostri nemici e pregate per coloro che vi fanno del male». E il perdono è la forma più alta e difficile dell’amore, supremo gesto di fiducia anche e soprattutto verso chi ci ha fatto del male.

Tenace è in noi la logica della vendetta: occhio per occhio… È una logica infinita di morte. La logica evangelica è un’altra: rispondi al male con il bene, non considerare nessuno come nemico. Ai discepoli che chiedevano quante volte si doveva perdonare, Gesù aveva detto: non c’è un numero, sempre. Dalla croce adesso ripete questo insegnamento, anzi lo vive.

E la successiva parola conferma quella appena ascoltata: l’ultimo miracolo è una promessa di speranza per un povero rottame umano: nell’ultimo istante della sua vita il cosiddetto buon ladrone riscatta il suo passato. Nessun uomo è irrecuperabile e fino all’ultimo bisogna dare fiducia e credere nelle risorse presenti in ogni uomo, anche se nascoste sotto un cumulo di errori. Non arrendiamoci mai: di fronte all’oscurità non imprechiamo contro il buio, piuttosto accendiamo una pur piccola fiamma.

Due parole sono riferite da Giovanni. Gesù dice: «Ho sete». Forse è solo l’arsura prodotta da quella morte tremenda, anche questo segno eloquente di una condizione umana che ha veramente sofferto. Quante volte anche noi abbiamo dato sollievo e refrigerio alle labbra riarse di malati divorati dalla febbre! Anche Gesù ha chiesto questo estremo sollievo. O forse in quella sete si esprimeva un desiderio più profondo, quello mirabilmente evocato dal Salmo 42: “L’anima mia ha sete del Dio vivente, quando verrò e vedrò il volto di Dio?”. La grande solitudine del morire si apre all’affidamento fiducioso a Dio.

In tutte le cappelle delle case delle sue suore, accanto al Crocifisso, Madre Teresa di Calcutta volle che fosse scritta questa parola di Gesù in croce: «Ho sete». È proprio dalla quotidiana contemplazione del Crocifisso che queste suore con il loro abito bianco bordato di azzurro ricevono coraggio per andare a cercare le povertà più nascoste, le sofferenze più derelitte. Seguendo Gesù, la piccola suora albanese è stata in questi anni stupendo esempio di amore, un amore che non si dà pace, che va instancabile verso i più poveri tra i poveri.

Nelle ore della morte di Gesù i discepoli fuggirono, guardando da lontano, nel timore di compromettersi con questo condannato. Sotto la croce poche persone, quelle che l’avevano amato appassionatamente. Tra queste Maria e Giovanni, il discepolo che Gesù amava. Anche questa parola a loro rivolta può essere letta solo come gesto di delicata premura per la madre che rimaneva sola. Proprio per non lasciarla senza protezione Gesù l’affida a Giovanni.

Ma la tradizione cristiana ha letto in questa parola qualcosa di più profondo, che ci riguarda tutti: tutti noi siamo affidati a Maria e Maria è affidata a tutti noi discepoli di Gesù. Nei momenti difficili della vita, quando istintivamente ci rivolgiamo a Maria, ci ricordiamo di questa parola di Gesù. Da quel pomeriggio sul Calvario, per sempre lo sguardo di Maria è rivolto verso di noi. Lei sa ciò di cui abbiamo bisogno.

Le parole definitive sono pronunciate proprio prima dell’ultimo respiro. Secondo Luca, Gesù muore dopo aver consegnato la sua vita nelle mani del Padre. Secondo Giovanni, prima di chinare il capo e spirare, Gesù dice: «Tutto è compiuto». Due parole diverse che esprimono la medesima verità. Gesù ha portato a compimento la sua missione, compiere la volontà del Padre. E questa è la volontà del Padre: che niente e nessuno vada perduto. E infatti, innalzato da terra sulla croce, attira tutti a sé.

La pace è donata a tutti gli uomini che Dio ama. C’è per ogni uomo un orizzonte di speranza e di salvezza. Il compimento dell’esistenza è nell’affidamento a Dio. Quante volte diciamo, con espressione familiare: «Siamo nelle mani di Dio»! Credere è questo abbandono.

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