L'oratorio ha una funzione anche sociale, soprattutto quello estivo, attira di più chi normalmente per scelte proprie o per appartenenza religiosa è lontano


Redazione

25/06/2008

di Pino NARDI

«Le parrocchie non promuovono l’oratorio estivo solo perché c’è il bisogno delle famiglie che non sanno dove mettere i ragazzi, ma perché trova intelligente passare tempo con loro. Facendo questo realizza certo anche un obiettivo sociale, però la comunità risponde innanzitutto alla sua identità di essere in cammino con questi ragazzi che crescono come buoni cristiani e onesti cittadini». Lo sostiene don Massimiliano Sabbadini, direttore della Fondazione oratori milanesi.

Si stanno rivalutando gli oratori estivi in questa stagione di problemi economici per le famiglie?
«La sensazione della riscoperta in realtà è riaprire gli occhi su una realtà che non si è mai interrotta. Gli oratori hanno sempre continuato nella misura loro propria: il quotidiano, la normalità, senza effetti speciali. Forse è cambiato il modo di guardarli delle famiglie: riscoprono che vicino a casa c’è sempre questo polmone di proposte, di attività e di protagonismo dei ragazzi. Un riconoscimento sociale è stato anche più caldeggiato da quando ci sono leggi nazionali e regionali. Le amministrazioni pubbliche si accorgono di più che ci sono gli oratori e si stringono alleanze opportune. Tutto questo, però, dentro quel percorso educativo che la comunità cristiana fa già in quanto tale».

Eppure stanno emergendo anche proposte alternative soprattutto per fasce sociali con disponibilità economiche…
«Certo, si va a fare lo stage piuttosto che i campus o l’associazione sportiva rinomata, per cui si spendono tanti biglietti da 100 euro. Non so se alla fine è quello che i ragazzi ricordano di più o non lo è invece la mitica uscita con l’oratorio, quando fanno il campo estivo e montano le tende. Quel clima di gratuità, di bellezza, di protagonismo, che fa sentire il ragazzo che non sono i soldi che contano, ma quanto ci mette del suo animo, cuore e intelligenza. Questo l’oratorio lo sa riconoscere».

E questo lo ricordano sempre e se lo portano nella vita…
«Infatti, tanti di questi ragazzi un po’ cresciuti sono gli animatori stessi. Non dimentichiamo che l’oratorio estivo si fa anche grazie al coinvolgimento di molti volontari di 14-18 anni che spendono il loro tempo per gli altri. Oppure alcuni diventati universitari o genitori restituiscono il bene che hanno ricevuto realizzando le proposte dell’oratorio».

Ci sono anche molti ragazzi stranieri, una forma di integrazione seria…
«Certo. Per una sua funzione sociale l’oratorio, soprattutto quello estivo, attira anche di più chi normalmente per scelte proprie o per appartenenza religiosa è lontano. Allora impariamo dai ragazzi, perché è difficile che li guardino come "stranieri". La preoccupazione dell’educatore è di attuare le condizioni perché sia veramente un dialogo tra le diversità, non una confusione o un rinunciare all’identità, anzi è il contrario, proprio nel proporle dialoganti, capaci di capire le differenze, anche le appartenenze religiose».

Sono stati coinvolti anche mediatori culturali?
«Sì, da diversi anni gli oratori valorizzano queste risorse. Inoltre tra gli animatori che vengono ai corsi di Capizzone, su circa 100 ragazzi per turno ce ne sono almeno due che sono o della seconda generazione di immigrati o comunque di provenienza straniera. Un’integrazione ben riuscita».

Oggi emerge tra i ragazzi la difficoltà a fare giochi di squadra, c’è più individualismo…
«Questo individualismo è nella cultura che viviamo, è dentro gli atteggiamenti di noi adulti e talvolta anche di un costume ecclesiastico. I ragazzi all’oratorio sono condotti a esperienze comunitarie. In questo senso l’oratorio non è immune dall’aria che respira, però sa anche immettere ossigeno buono rispetto a relazioni ampie, costruttive e comunitarie».

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