Il presidente Gianmarco Liva illustra l'operato e i progetti futuri dell'organismo intitolato a Candia


Redazione

08/10/2008

«La vera attività si è sviluppata quando è mancato Marcello. Tutti noi, che per anni lo avevamo affiancato sostenendolo nei suoi progetti di solidarietà, alla sua morte ci eravamo trovati a chiederci che fare. L’idea era quella di portare a termine i due-tre progetti avviati e solo a questo scopo abbiamo iniziato a tenere l’amministrazione. Pensando di chiudere nel giro di sei mesi. Non le dico la sorpresa quando gli aiuti hanno cominciato ad affluire e ci siamo resi conto che potevamo costruire nuove opere».

Gianmarco Liva, professionista milanese, da cinque anni è il presidente della Fondazione Candia, nata proprio 25 anni fa. Liva lo considera un ulteriore fatto straordinario dovuto al carisma di Marcello, intatto ancora oggi. «Solamente l’anno scorso abbiamo distribuito più di 2 milioni di euro in realizzazioni. E il bilancio preventivo per quest’anno è ancora di 2 milioni. Quel che si raccoglie in un anno sono i soldi da spendere l’anno dopo. Perché altri ne arriveranno».

I fondi per dare il via a tutti questi progetti continuano ad affluire e a essere spesi, con regolarità. «Di recente – sottolinea il presidente – una signora è venuta nella nostra sede e ha staccato un assegno di 50 mila euro. Un’altra ci ha donato un appartamento. I nostri benefattori sono distribuiti in tutta Italia, e questo perché la fama di Marcello, anche grazie al libro di Giorgio Torelli, è andata ben oltre i confini milanesi. C’è chi versa 50 euro tutti i mesi, chi mille all’anno, chi lascia una proprietà».

Nei suoi primi 25 anni la Fondazione ha indirizzato il rendiconto semestrale – la rivista Lettera agli amici di Marcello Candia – a 12 mila persone. «Quel che è affascinante – dice ancora il presidente – è che la storia di Marcello, già di per sé molto significativa, grazie a questo suo modo di percepire imprenditorialmente la carità, è andata oltre la sua morte. La sua preoccupazione di dimostrare, conti alla mano, che fine facevano i soldi ricevuti in beneficenza è da sempre la preoccupazione e l’impegno della Fondazione, che si muove secondo criteri di priorità, magari provvisoriamente accantonando alcuni progetti per mancanza temporale di fondi, ma mai abbandonando le tante domande di aiuto che si accumulano sulla scrivania».

«Non abbiamo mai pensato di sostituirci a Marcello, di seguire i progetti sul posto. La gestione è tutta locale. Ci siamo dati una regola: ogni sei mesi vado in Brasile. Lascio lavoro e famiglia e, nella mia veste di presidente della Fondazione, taglio nastri inaugurali, verifico lo stato di avanzamento dei lavori, raccolgo nuove richieste…».

Se «rendere conto» era per Candia un obbligo morale, «spendere senza nulla capitalizzare» a esclusivo vantaggio dei poveri, assicurandosi della «continuità delle opere» è infatti il modus operandi suo e della Fondazione. «Realizziamo progetti che ci vengono sottoposti dai missionari – racconta Liva – o comunque da un’organizzazione stabile sul territorio che si preoccuperà di mantenerli nel tempo. La Fondazione stanzia i fondi per costruire la struttura e sostenerla alle volte nei primi anni di vita. Poi però dovrà reggersi sulle sue gambe, e per questo è importante reperire finanziamenti locali».

«La Fondazione realizza le strutture laddove lo Stato si impegna a mantenerle. E di solito accetta di compromettersi, proprio perché messo di fronte allo scarso operato per risollevare le miserie. Costruendo un ospedale, per esempio, rientra nel circolo del Servizio sanitario nazionale e deve ricevere i contributi dello Stato per continuare – precisa Liva -. Per questo si ritiene doveroso erigere scuole professionali per i ragazzi, per cercare di inserirli nel mondo del lavoro: elettricisti, muratori, elettrotecnici, informatici… Oppure scuole agricole per evitare il flusso verso le grandi città, un mito di miseria e di fame, da cui spesso molti tornano indietro. Ulteriore grave problema è rappresentato dalle ragazze: in Brasile si assiste alla distruzione della famiglia, spesso addirittura inesistente. Occorrono progetti di accoglienza per le giovani altrimenti abbandonate da tutti: per permetter loro di crescere e giungere a maturità con una minima professionalità lavorativa. Medesimo discorso per i bambini handicappati, spesso lasciati soli nelle loro capanne».

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