La testimonianza di Alberto Rovelli che da anni convive in famiglia con il dramma del disagio mentale


Redazione

23/09/2008

Vivere con un malato psichico. Una situazione davvero difficile, che porta a ripensare le proprie giornate. Lo sa bene Alberto Rovelli, vicepresidente dell’associazione “La Tartavela”, che da anni vive con i due figli malati.

«Chi soffre di malattia mentale non si sa gestire, ha una vita diversa e la pratica in modo diverso. Persino i ritmi di sonno e veglia non corrispondono al resto della famiglia», racconta. E i problemi iniziano subito, da quando la malattia inizia a presentarsi. Anzi all’inizio la difficoltà è proprio riuscire a riconoscerla. «Quando i ragazzi erano piccoli era facile pensare che il loro comportamento fosse dovuto ai capricci, alla poca voglia di studiare o al desiderio di ribellione. Poi quando il problema è stato diagnosticato, la famiglia inizia a vagare, in cerca di punti di riferimento», aggiunge. Ma a questo punto, ormai, la malattia è avanzata.

L’iter in questi casi prevede, infatti, che la famiglia si rivolga ai Centri psicosociali che dipendono dagli ospedali. Gli psichiatri cercano di affrontare la situazione con farmaci e sedute. E il trattamento non è risolutivo. «Nei casi più gravi, quando c’è la pericolosità per se stessi e per gli altri, si ricorre al trattamento sanitario obbligatorio, che comporta l’arrivo della polizia o dei vigili urbani, dello psichiatra e dei barellieri per portare il malato in ospedale contro la sua volontà. Una situazione molto spiacevole per la famiglia, ma è una strada necessaria quando si passano si rischiano violenze sulla famiglia oppure su se stessi», spiega Rovelli. Aspetti da non sottovalutare, perché influiscono sull’ammalato e restano nei suoi ricordi in modo indelebile.

Momenti tragici, in cui la famiglia si trova sola. La gente non guarda di buon occhio chi è malato di mente, anche perché l’immagine di queste persone è spesso legata a casi di cronaca nera. Ma anche le istituzioni latitano. «Molti psichiatri preferiscono non fare visite a domicilio e i servizi hanno comunque poco personale rispetto a quanto previsto dalla norma regionale sui servizi. Operano secondo orario d’ufficio dalle 9 alle 17 e il sabato sono chiusi: come se le crisi di malato dovessero guardare l’orologio prima di scoppiare», precisa.

La Regione ha chiesto le 12 ore e il sabato mattina, ma il personale manca. Le sostituzioni sono però molto ridotte, pari a una ogni due operatori che si assentano dal lavoro o vanno in pensione. «Si cerca di risparmiare e così, sempre più spesso, per le emergenze viene consigliato il Pronto soccorso: come se fosse facile per un parente caricare in auto un malato in piena crisi», conclude Rovelli. (c.c.)

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