Quest'anno si festeggia il 60° anniversario del Consiglio Ecumenico delle Chiese. Come nel giorno di Pentecoste i discepoli, malgrado le diverse provenienze, insieme ricevettero lo Spirito, così oggi i cristiani, pur nelle loro diversità cercano di costruire una comunione ecumenica


Redazione

06/05/2008

di Rosangela VEGETTI

Quest’anno si festeggia il 60° anniversario del Consiglio Ecumenico delle Chiese (Cec), costituito ad Amsterdam il 23 agosto 1948 dai delegati di 147 Chiese cristiane di 44 Paesi. Allora apparve come un vero miracolo dello Spirito, una nuova Pentecoste che vedeva riunite Chiese tanto diverse – protestanti, anglicani, ortodossi, e vetero-cattolici – e testimoniava un tempo nuovo di fraternità e comunione tra cristiani che nei secoli si erano combattuti e che ancora erano divisi da profondi contrasti e dolorose lacerazioni.

Inoltre il conflitto mondiale aveva prodotto divisioni e rovine e la nascita di un Consiglio delle Chiese ebbe proprio il sapore di uno sforzo di ricomposizione e di conversione verso l’unità in Cristo. «Noi costituiamo questo Consiglio – disse il primo Segretario generale, il pastore e teologo Vissert’t Hooft – non per spirito di ambizione, ma nello spirito di pentimento per la nostra incapacità a formare insieme una sola Chiesa e nell’intento di testimoniare più chiaramente e insieme il Signore che è venuto a servire tutti noi».

Un cammino intenso, quello percorso dal Cec, con proposte di grande forza profetica e con tratti d’ombra, di difficoltà e di incomprensioni , ma sempre sorretto dalla speranza di puntare sul vero traguardo: l’unica fede in Cristo Salvatore. Oggi il Consiglio – che ha sede a Ginevra, ma opera con varie iniziative in altri Paesi – èuna comunità di 349 Chiese di oltre 110 Paesi, appartenenti a quasi tutte le tradizioni cristiane; la Chiesa ortodossa russa è membro a pieno titolo dal 1960, mentre la Chiesa cattolica, pur rimanendo esterna, collabora intensamente in molti programmi e partecipa alle commissioni “Fede e costituzione” e “Missione ed evangelizzazione”.

Nell’irto cammino di questi decenni, le Chiese hanno imparato a conoscersi, a rispettarsi, a «sentirsi famiglia», come spesso dicono i delegati al Cec. Il Consiglio ha man mano modificato anche i suoi metodi di lavoro, per consentire alle Chiese di potersi esprimere senza essere condizionate o male interpretate da altre: così adesso non si vota più per maggioranza, ma per consenso, in modo che anche chi si trova in minoranza può far valere le proprie convinzioni.

Nei decenni passati il Cec ha sostenuto impegni di denuncia contro l’apartheid del Sudafrica, le forme di autoritarismo coloniale, a favore dei popoli più poveri, degli oppressi, insieme a tenaci studi teologici per illuminare nuovi cammini verso l’unità dei cristiani.

Cambiano i tempi e mutano anche le sfide che impongono alle Chiese prese di posizione contro le povertà che investono l’umanità di questo nuovo secolo, per agevolare il dialogo e la cooperazione tra le religioni, per delineare nuove mète per l’ecumenismo, sempre tenendo conto che le Chiese rappresentano realtà sociali e culturali molto varie.

Per questo il Cec ha scelto per questo anniversario il tema “Insieme, fare la differenza”, volendo indicare il valore dell’unità nel rispetto delle differenze. Il Cec non è un’istituzione al pari dell’Onu: èe vuole essere una comunità, un movimento, una visione sul mondo, e rilancia il motto che fu dell’Assemblea costitutiva di Amsterdam: «Siamo decisi a rimanere insieme».

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