Redazione

L’espressione «anima del mondo» che, attribuita alla famiglia, compare nel titolo della terza tappa del Percorso pastorale è antichissima e proviene da un testo greco anonimo del secondo secolo d.C. Il cardinale Tettamanzi lo ricorda a pagina 9 illustrando le ragioni di una scelta davvero felice.
Questo testo era molto caro al professor Giuseppe Lazzati, che vi leggeva lo stile del cristiano nel mondo e ne fece oggetto del suo primo corso in Università Cattolica nel 1938-’39. Ma anche i Padri conciliari apprezzavano questo antico scritto che citano a conclusione del IV capitolo della Costituzione sulla Chiesa dedicato ai laici: «In una parola: ciò che l’anima è nel corpo, questo siano nel mondo i cristiani».
Notiamo: mentre i Padri conciliari usano il verbo «siano» per esortare i cristiani alla presenza animatrice nel mondo, il testo originale usa il verbo «sono» e anche l’Arcivescovo al n. 2 afferma: «Famiglia sei anima del mondo». Il Percorso pastorale, prima che esortazione alla presenza della famiglia nel mondo, ci ricorda l’identità della famiglia, e prima ancora dei cristiani che la compongono: come il sale e il lievito evangelici sono capaci di insaporire e far fermentare così i cristiani e la famiglia sono in grado di conferire al mondo quel sapore, quella forza lievitante che fa di una massa di farina un pane fragrante.
Il testo di cui ci occupiamo, che è conosciuto come Lettera a Diogneto, è piuttosto una sorta di difesa dei cristiani dall’accusa di estraniarsi dalla vita civile del tempo. Si andava dicendo, allora, che i cristiani erano silvicolae et exules vitae, cioè estranei al vivere sociale, più propensi a star fuori dalle città per abitare nelle selve. Replicando a questa accusa il nostro testo descrive la vita dei cristiani come cordialmente inseriti nella società del tempo senza ritagliarsi spazi o linguaggi o usi e costumi propri che li distinguano e separino dal resto della popolazione. Potremmo dire: i cristiani sono “nel” mondo, vivono la legge cristiana dell’incarnazione, senza ombra di disprezzo per quanto è uscito dal gesto creatore di Dio. La formula «anima del mondo» esprime efficacemente questa cordiale appartenenza del cristiano e della famigli al suo tempo.
Ma questa formula contiene un ulteriore messaggio: anima del mondo vuol dire principio vivificatore, dinamico, critico e progettuale. Insomma, come l’anima è nel nostro corpo il principio animatore, così i cristiani sono anima per il mondo. E il nostro antico testo esemplifica così questa funzione animatrice: «I cristiani sposano e si maritano come tutti e hanno figli, ma non espongono i loro nati. Condividono tutti la medesima tavola, ma non il medesimo letto».
Due semplici regole che nel contesto di corruzione della vita familiare del mondo pagano, manifestano quella “politicità paradossale” che è appunto la divisa del cristiano. Anche questa espressione appartiene al nostro antico testo: il termine “politicità” ricorda appunto la partecipazione senza disprezzo per il mondo in cui si è chiamati a vivere; l’aggettivo “paradossale” richiama la singolarità cristiana che può anche fare opposizione e assumere uno stile critico nei confronti del mondo.
Come ci ricorda l’Evangelo: “nel” mondo, ma non “del” mondo. Cordiale appartenenza e condivisione, ma insieme testimonianza di uno stile di vita evangelico e talora distante da quello mondano. Riprendendo questa antica, efficace espressione per dire lo stile della famiglia cristiana oggi, l’Arcivescovo ci ricorda che «tanto importante è la missione a cui Dio ci ha destinati che non ci è consentito abbandonarla».
Giuseppe Grampa

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