Il 30 agosto del 1954, nel seminario di Venegono, moriva il Beato Alfredo Ildefonso Schuster. Il ricordo delle sue ultime ore nelle parole del cardinale Giovanni Colombo. Sabato 30 agosto alle ore 17.30, in Duomo, celebrazione Eucaristica in memoria del Beato

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Redazione Diocesi

27/08/2008

di Giovanni COLOMBO
Tratto da Novissima Verba

Nel cuore della notte, poco dopo l’una del giorno 30 agosto (1954, ndr), il fratello infermiere mi chiamava al capezzale di Sua Eminenza. Lo trovai solo, seduto sul letto, con le mani giunte, in profondo raccoglimento. «Desidero l’Estrema Unzione. Subito, subito». «Sì, Eminenza; tra qualche istante giungerà il medico e, se sarà il caso, Le amministrerò l’Estrema Unzione». Con voce piena di rammarico osservò: «Per morire non ho bisogno del medico, ma dell’Olio Santo… Faccia in fretta, che la morte non aspetta».

Era giunto intanto, il dott. Agostino Castiglioni, medico del Seminario, che dopo aver visitato l’augusto infermo ci informò che il suo stato era molto grave, ma non gli sembrava tale da far temere imminente la morte. Assistito da mons. Luigi Oldani, da padre Giuseppe Mauri, da mons. Terraneo, mi accinsi al rito pio e mesto. Seguì ogni espressione con molta devozione rispondendo distintamente a tutte le preghiere. Al momento opportuno chiuse spontaneamente le palpebre e spontaneamente offrì il dorso delle mani per la santa unzione.

Terminata l’amministrazione del Sacramento, seduto sul letto, disse con molta semplicità: «Benedico tutta la diocesi. Chiedo perdono di quello che ho fatto e di quello che non ho fatto. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo». Tracciò davanti a sé un amplissimo segno di croce. Poi si adagiò sul letto. Il medico in questo momento riscontrò che il cuore dell’infermo cedeva. Alle 4,35 abbandonò la testa sul guanciale e mandò un lamento. Il suo volto si fece accesissimo, poi lentamente trascolorò. Dall’altra parte del letto il medico che gli teneva il polso, con lo sguardo ci avvertì che non viveva più sulla terra. Il cuore di un santo aveva cessato di battere.

I Superiori del Seminario, nel ricomporre la venerata salma del Padre, gli videro al collo una sottile catenina con una medaglietta d’argento. Nel dritto era effigiata la Madonnina del Duomo. Nel verso erano incise queste parole: «VII Rgt. Fanteria Cuneo – Il Colonnello Comandante ai suoi Fanti». Era un ricordo del tempo di guerra. Il linguaggio di quel ricordo era trasparente. In quei giorni di orrore e di sangue se l’era messa sul suo cuore per raccomandare alla Vergine protettrice della Diocesi, ad ogni palpito, i suoi diletti figli soldati. Poi se l’era tenuta sempre cara perché, nella protezione della Madonnina, voleva tenersi sempre pronto a ogni sacrificio sino alla morte come un umile fante della Chiesa, lui che ne era il Cardinale Arcivescovo.

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