Amazon, Google, YouTube… player mondiali che in Italia generano molti ricavi
ma nel 2012 hanno versato al fisco solo 9,157 milioni di euro

di Antonio RITA

web tax

Erano nel mirino di ogni Governo del Vecchio Continente ormai da oltre un anno, il Governo Monti aveva promesso di non lasciarseli scappare. Il Governo ed il Parlamento nel frattempo sono cambiati, ma non gli obiettivi dell’Italia che (finalmente!) si prepara a far pagare le tasse anche ai cosiddetti Ott (Over The Top) Amazon, Google, YouTube, eccetera: player mondiali che nel Belpaese generano molti ricavi senza lasciare in cambio neppure un euro di tasse.

La Francia, ormai più di un anno fa, è stata l’apripista della battaglia fiscale contro i “furbetti” della Rete. Il Paese d’Oltralpe è stato il primo a puntare il mirino contro un bersaglio grosso: nell’ottobre del 2012, il fisco francese ha chiesto ad Amazon il pagamento di 252 milioni di dollari (circa 200 milioni di euro) come arretrato di tasse (e relative sanzioni) non pagate negli anni che vanno dal 2006 al 2010. Si apre un contenzioso relativo «all’allocazione dei redditi tra diverse giurisdizioni estere», che scoperchia il vaso di Pandora ed i governi di mezza Europa si mettono alla caccia per scoprire quanto e dove gli Ott pagano le tasse.

Come è possibile che aziende note e quotate in borsa riescano a non pagare le tasse? Il “trucco” è piuttosto semplice. Attualmente, secondo le norme europee, una compagnia può operare anche in Paesi diversi da quelli in cui pagano le tasse e così tutte le .com più importanti sono attive in Europa attraverso società con sede in Paesi con tassazione più favorevole (come ad esempio il Lussemburgo e l’Irlanda), che controllano piccole società, con al massimo un piccolo ufficio di rappresentanza, in ciascuno Stato europeo. In questo modo, le singole aziende locali (esempio Amazon Italia) vendono i loro prodotti o servizi a cittadini ed imprese di uno Stato, ad esempio l’Italia, attraverso la controllante che pagherà le tasse nel Paese dove è insediata, giustificandosi che la “produzione” non si trova in Italia. Per avere un’idea del danno all’erario basti pensare che nel 2012 gli Ott hanno versato al fisco italiano solo 9,157 milioni di euro (5,98 se si considerano i crediti d’imposta).

Un anno fa l’Italia era stata molto chiara: “gli daremo addosso”, aveva dichiarato l’allora ministro dello Sviluppo economico ed Infrastrutture, Corrado Passera. Una promessa che il ministro non ha mantenuto, ma che l’Italia non ha dimenticato. Tutto ha inizio per mano dell’onorevole Francesco Boccia (Pd), presidente della V Commissione Bilancio, Tesoro e Programmazione della Camera dei Deputati, che presenta una proposta di legge di modifica del Dpr 633/72: è la Web Tax. Il cuore della norma è il passaggio in cui si prevede che «i soggetti passivi che intendano acquistare servizi on line, sia come commercio elettronico diretto che indiretto, anche attraverso centri media ed operatori terzi sono obbligati ad acquistarli da soggetti titolari di una Partita Iva italiana». Partita Iva italiana e, quindi, tasse in Italia. Contrari il M5S e l’area del Pd che fa riferimento a Gianni Pittella. Dura la reazione degli Ott e degli Usa, che si schierano a difesa delle loro multinazionali, la American Chamber of Commerce to the European Union è convinta che «la proposta di tassazione sui servizi on line possa violare il principio di libero scambio di beni e servizi all’interno del mercato unico europeo». Per Boccia, invece, è un «dovere tutelare le imprese italiane» nei confronti di quello che è «un classico esempio di concorrenza sleale».

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