Lettura controcorrente del direttore generale del Censis Giuseppe Roma: «Nel movimento di Grillo, a fronte di un 40% di persone spinte da sentimenti di ribellione generica, circa il 60% speravano invece di risolvere la crisi con il voto»

a cura di Riccardo BENOTTI
Agenzia Sir

È un’Italia senza guida certa quella che esce dalla tornata elettorale del 24 e 25 febbraio. Con un vantaggio risicato del Partito democratico alla Camera dei deputati, benché sufficiente all’ottenimento del premio di maggioranza, e un Senato senza governabilità. La vittoria del Movimento 5 Stelle (M5S), primo partito alla Camera, è l’unico dato sicuro. L’analisi del quadro socio-politico che si va delineando alla luce dei risultati ottenuti nelle parole del sociologo Giuseppe Roma, direttore generale del Censis.

Se si sommano i voti del M5S alla percentuale di astenuti, ne esce il ritratto di un Paese che per metà ha rigettato la classe politica che ha governato fino a oggi…
La rabbia degli italiani è contro la corruzione, gli sprechi della finanza pubblica e il sistema fiscale. Su questi tre argomenti si è catalizzato un sentimento di ripulsa che non è semplice protesta. Chi si è raccontato in grado di cambiare le cose, con una certa forza comunicativa, ha centrato l’obiettivo; anche se la misura della vittoria non era così prevedibile. Bisogna riconoscere che nel Paese c’è un sentimento di rifiuto verso storture e ingiustizie che toccano direttamente la vita di milioni di persone.

“L’onestà andrà di moda”. È il primo tweet di Beppe Grillo a commento dei risultati eclatanti ottenuti dal M5S. Voto di protesta, disaffezione politica, cedimento demagogico: come si può leggere il successo del Movimento?
È sbagliato pensare che sia una protesta generica. Le persone hanno votato ritenendo che quella ricetta – onestà, riduzione della spesa pubblica improduttiva, maggiori aiuti a chi ne ha bisogno – sia la migliore. Venerdì, per l’ultimo comizio di Grillo, abbiamo mandato alcuni intervistatori in piazza San Giovanni. Naturalmente il dato raccolto è parziale, ma emerge chiaramente come la protesta non sia la ragione principale del voto. A fronte di un 40% di persone spinte da sentimenti di ribellione generica, circa il 60% speravano invece di risolvere la crisi con il voto. Grillo parla di salario minimo, in un’Italia che ha già un enorme problema di cassa nel pagare le pensioni, con un programma di spostamento delle risorse pubbliche direttamente nelle tasche degli italiani. In una certa misura, anche con l’opposizione alla Tav, sembra indicare una strada nient’affatto comunitaria: essere meno nel mondo globale e più a casa nostra. Come elemento di novità nel panorama politico, paragonerei il Movimento alla nascita di Forza Italia. È una realtà che si presenta con una ricetta nuova: noi siamo onesti, competenti e vogliamo fare il bene dei cittadini; loro sono incompetenti, disonesti e si fanno comandare dall’estero.

Il Movimento 5 Stelle è una forza politica credibile nel contesto democratico?
La credibilità di una forza politica si misura dalla solidità. Questo è un Movimento nato ormai da qualche anno, che si basa su relazioni immateriali. Credo che i partiti debbano avere una loro dialettica democratica evidente con assemblee, deleghe e confronti. Da questo punto di vista, un partito che ottiene il 25% di voti è un fatto assolutamente rilevante. La qualità della classe dirigente sarà la prova dell’affidabilità anche in termini di durata. Già oggi ci sono esperienze di tipo locale, una classe dirigente che si sta formando come è accaduto con la Lega.

C’è una difficoltà politica nella capacità di dare seguito alle attese degli elettori?
È un problema italiano: siamo più bravi a prendere i voti che a utilizzarli. Una democrazia non si ferma alla bravura nel vincere le elezioni, ma dovrebbe essere capace di coinvolgere le persone tra una tornata e l’altra. Solitamente, invece, i partiti che ottengono un alto consenso elettorale si dimostrano incapaci di riconfermarlo. Possiamo dire che, a partire dal 1994, si conferma la regola che nessuno ha vinto le elezioni dopo aver governato.

Sebbene non si possa parlare di sconfitta, la coalizione di Mario Monti è andata al di sotto delle aspettative…
È l’alleanza ad aver poco fruttificato. Qualcuno non ha fatto da battistrada come avrebbe dovuto. Si tratta di un’operazione che, evidentemente, non ha funzionato. Non si possono scambiare i valori con i voti. I valori sono una bandiera che va portata quotidianamente e mostrata al popolo. Un popolo di facce per bene, come quelle di domenica in piazza San Pietro, che non vuole fare crociate, ma mostra una certa insofferenza per un Paese che non ha mai valorizzato appieno temi decisivi come la famiglia.

Da queste elezioni, che si sono tenute a distanza di circa un anno e mezzo dall’insediamento del governo tecnico, esce un Paese ancora meno governabile…
Un governo deve essere fatto. Se andassimo alle elezioni a giugno, infatti, cosa ci fa pensare che i risultati sarebbero diversi? Non credo che la gente si sia spaventata per i voti presi da Grillo. Le persone lo hanno votato consapevolmente. Sarebbe meglio, allora, creare un governo di grande coalizione che sia però capace di recepire il messaggio di un quarto degli italiani: ridurre il numero dei parlamentari, porre un tetto agli stipendi pubblici e così via. Questa iniziativa, che sembra banale, va fatta subito. La macchina del potere e dello spreco deve essere arrestata davvero, non soltanto annunciata.

Il “bipolarismo” è un sistema politico ormai superato, a favore di un nuovo scenario “tripolare”?
Il bipolarismo non ha mai funzionato in Italia. Persino quando ci sono stati risultati più chiari, si è sempre avuta una pluralità di posizioni politiche con poli assai fragili. Il bipolarismo si può basare su strutture consolidate che riescono a mediare le posizioni al loro interno. Oggi, che si creano partiti di raccolta del voto, il bipolarismo è fragile: Prodi è stato sconfitto dai suoi, Berlusconi ugualmente. Il bipolarismo in Italia è sempre stato qualcosa che non ha sedimentato. Abbiamo una classe politica che non ha saputo governare ma che ha ugualmente preteso di semplificare la rappresentanza. Alla fine, forse, hanno ragione quelli che vedono nel doppio turno la soluzione migliore.

Si acuisce anche la tendenza all’astensionismo, con un calo di circa il 6% rispetto alle elezioni del 2008. In particolare, è il Sud Italia ad aver registrato la minore partecipazione…
L’astensionismo nel Sud è legato alla mancanza di speranza. Nel Sud non c’è più speranza. È forte il distacco tra Centro-Nord e Mezzogiorno, dove neanche la protesta attacca più. Il Sud si sente abbandonato a se stesso, non ha le forze interne per farcela da solo. La classe dirigente del Sud, poi, ha molti più limiti di quella del Nord. Penso che il problema meridionale sia rimosso da tutti, anche da Grillo, ma lì sta covando un grande senso di rivolta. La povertà, in Italia, è prima di tutto al Sud.

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