Monsignor Joseph Coutts, arcivescovo di Karachi: «Gli attacchi terroristici non hanno nulla a che vedere col governo e con la società. Le nostre comunità hanno paura, ma non hanno perso la fede»

di Luisa BOVE e Marta PETROSILLO

monsignor Joseph Coutts

«Sentiamo che la nostra libertà si riduce sempre più. I cristiani hanno paura, ma non hanno perso la fede». Esprime preoccupazione, ma anche speranza, monsignor Joseph Coutts, arcivescovo di Karachi e presidente della Conferenza episcopale del Pakistan, parlando della situazione dei cristiani nel suo Paese. Monsignor Coutts si trova in Italia ospite di Aiuto alla Chiesa che Soffre. Martedì 8 ottobre, a Milano, terrà una Lectio magistralis al convegno “La Libertà religiosa. Testimonianza diretta della Chiesa che soffre”, che il Coordinamento Centri Culturali Cattolici della Diocesi, in collaborazione con Acs, organizza presso l’Università degli Studi. L’abbiamo incontrato.

La strage di domenica 22 settembre è l’ultima di una lunga serie. Perché in Pakistan c’è tanto accanimento verso le minoranze cristiane?
Quanto accaduto a Peshawar è molto diverso dai precedenti attacchi. L’attentato è stato compiuto da un gruppo estremista, che punta a rendere il Pakistan una teocrazia islamica. I fondamentalisti, quindi, si rivolgono contro lo stesso governo pakistano e infatti, prima della All Saints Church, avevano già colpito l’esercito, la polizia e le istituzioni. Anche la comunità musulmana ha condannato l’attacco e noi abbiamo ricevuto numerosi attestati di solidarietà. Molti fedeli islamici hanno perfino partecipato ai numerosi incontri di preghiera che abbiamo organizzato.

Le violenze commesse nei luoghi sacri scoraggiano i credenti? Come reagiscono?
Purtroppo non ho potuto visitare personalmente Peshawar, che dista circa 1500 chilometri da Karachi. Ma sono in contatto con la comunità e mi è stato riferito che i fedeli continuano ad andare in chiesa. Non è la prima volta che la nostra comunità viene colpita, ma i fedeli hanno sempre continuato a frequentare la chiesa. Certo i cristiani hanno paura, ma non hanno perso il loro coraggio, né la loro fede.

In Pakistan, però, non c’è solo la violenza fisica. Da una parte i cristiani sono discriminati e subiscono atti intimidatori e pressioni psicologiche; dall’altra ai musulmani viene inculcata l’idea della superiorità religiosa e della necessità di convertire chi non crede a Maometto…
In Pakistan noi cristiani abbiamo sempre dovuto far fronte alla discriminazione. Devo precisare che il fondatore del Pakistan, Muhammad Ali Jinnah, durante il suo primo discorso da presidente all’Assemblea costituente nel 1947, disse: «Siete liberi di andare alla moschea o al tempio o in qualsiasi altro luogo di culto. Ciò in cui credete non ha nulla a che fare con lo Stato. Voi siete tutti cittadini con pari diritti, in una Nazione libera…». Purtroppo, però, ancora oggi è difficile per noi essere accettati come cittadini al pari degli altri. Nella Costituzione, per esempio, c’è scritto che un non musulmano non può essere Capo dello Stato. Eccezion fatta per questo articolo, la Carta poi ci garantisce alcune libertà, e in effetti ne abbiamo, ma sentiamo che si riducono sempre più. Non direttamente a causa dello Stato, ma di quelli che chiamiamo «attori non statali». Questi terroristi non fanno parte del governo, né della società.

Ma la politica riesce a intervenire per reprimere azioni violente, attentati e gesti folli di kamikaze?
Combattere i gruppi estremisti rappresenta una vera sfida per il nostro governo. Le forze di polizia non sono abbastanza forti da contrastare questo tipo di attacchi; i talebani, invece, sono molto forti perché, oltre a essere pronti a uccidere, sono anche pronti a morire. In un primo momento le autorità pakistane hanno provato la strada del dialogo, ma finora non hanno avuto molto successo.

Lei è presidente della Caritas del Pakistan. Quali aiuti e gesti di solidarietà vengono dalle comunità cristiane per le famiglie colpite da stragi e attentati?
Possiamo contare sul sostegno di molti, non soltanto su quello della comunità cristiana. La nostra priorità è aiutare i tanti feriti che si trovano in ospedale. Caritas Pakistan non dispone di molti fondi, ma possiamo contare sull’aiuto dei nostri partner, come Caritas Internationalis e il Catholic Relief Service. Tutti i loro rappresentanti, non appena saputo dell’ultimo attacco, mi hanno telefonato. Al momento Caritas Pakistan sta facendo fronte anche alle drammatiche conseguenze del recente terremoto in Balucistan, nel sud del Paese, costato la vita a più di 360 persone. Ma siamo pronti ad aiutare e non saremo i soli a farlo. Come avvenuto in altre tragiche occasioni, riceveremo offerte e aiuti da tutte le parrocchie di ogni diocesi. 

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