Dinanzi all’aumento vertiginoso degli episodi di violenza il governo ha varato un provvedimento che agevola il porto d’armi per categorie a rischio. La risposta: «I missionari sono per definizione non violenti e ottengono la loro protezione dagli angeli, non dalle armi»

di Umberto SIRIO

Padre Fausto Tentorio

Sarebbero 17 i ribelli appartenenti al gruppo di Bangsamoro islamic freedom fighters (Biff), uccisi negli scorsi giorni nelle Filippine, nella provincia meridionale di Maguindanao, sull’isola di Mindanao, da dove sono state fatte evacuare 1.400 famiglie, a causa degli scontri. Nel Paese, agli episodi di criminalità prodotti dalle formazioni ribelli – che tutto lascia prevedere si intensificheranno in futuro – si aggiungono quelli causati dalla criminalità comune, che si sono estesi e intensificati nell’ultimo periodo. Durante il 2013, sono stati commessi oltre 220 mila delitti fra rapine, omicidi, aggressioni violenze. Un numero molto alto, che pone gravi problemi di sicurezza e suscita allarme sociale.

La nuova legge sul porto d’armi

Già nel giugno dello scorso anno, era stato promulgato un provvedimento – il Comprehensive firearms and ammunition regulation act – che prevedeva agevolazioni al porto d’armi per categorie a rischio come giornalisti, avvocati e attivisti dei diritti umani. Recentemente, è stata promulgata la versione definitiva del provvedimento, che nelle intenzioni del governo dovrebbe rendere più difficile il traffico illegale di armi: sarebbero 800 mila le armi illegali che circolano nel Paese, contro almeno 1milione di armi registrate. Il nuovo provvedimento estende i permessi per le categorie a rischio e, insieme a maggiori restrizioni per l’acquisto, prevede pene più dure per coloro che trasportano pistole e munizioni in modo illegale: si passa dagli attuali 4 mesi di carcere a 4 anni. Dopo aver ottenuto la licenza – che si può acquisire attraverso test anti-droga e una perizia psichiatrica – l’acquirente può recarsi in qualsiasi armeria e richiedere una pistola che viene registrata. Poi si passa a richiedere l’autorizzazione per portare l’arma fuori casa.

La posizione dei vescovi filippini

Il provvedimento consente anche ai sacerdoti di richiedere l’autorizzazione per il porto d’armi. In questi anni, diversi sacerdoti e religiosi sono stati assassinati o rapiti da bande criminali o gruppi terroristici. L’omicidio più recente è stato quello di padre Fausto Tentorio, 59 anni, missionario del Pontificio istituto missioni estere (Pime) nell’Arakan Valley (Mindanao) – il terzo missionario del Pime assassinato dopo padre Tullio Favalli, ucciso nel 1985 nella diocesi di Kidapawan e padre Salvatore Carzedda, morto nel 1992 a Zamboanga – ucciso da una raffica di mitra il 17 ottobre 2011. Dopo la decisione di attuare la nuova legge, la Chiesa filippina – che da sempre rifiuta l’offerta di scorte armate per vescovi e missionari stranieri che ricevono minacce da parte di gruppi estremisti o criminali – non ha fatto dichiarazioni, ma già nel giugno scorso i Vescovi si erano espressi. Il vescovo di Sorgoson, Arturo Bastes, aveva detto: «I missionari sono per definizione non violenti e ottengono la loro protezione dagli angeli, non dalle armi». La medesima opinione era stata espressa da mons. Honesto Ongtioco, vescovo di Cubao (Quezon City): «Come sacerdoti la nostra vocazione e il nostro ruolo nella trasformazione della società sono diverse da quelle degli attivisti laici. Noi dobbiamo preoccuparci della nostra missione fra i fedeli, non della nostra sicurezza».

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