Dopo la proposta-provocazione del ministro Poletti i toni del dibattito si sono subito surriscaldati. Sarà meglio raffreddarli

di Alberto CAMPOLEONI

Giuliano Poletti

La polemica sulle vacanze scolastiche merita qualche riflessione. Come è noto l’ha scatenata il ministro del Lavoro Giuliano Poletti che, a proposito delle vacanze estive degli studenti italiani, ha detto: «Un mese di pausa va bene, ma non c’è un obbligo di farne tre. Magari uno potrebbe essere passato a fare formazione». Parlava, il ministro, a un convegno sui fondi europei e il futuro dei giovani, a Firenze. Ha anche aggiunto, per far capire meglio il proprio pensiero: «I miei figli d’estate sono sempre andati al magazzino della frutta a spostare le casse. Sono venuti su normali, non sono speciali».

Naturalmente le dichiarazioni hanno scatenato un putiferio. Nel dibattito, subito surriscaldato, sono intervenuti anzitutto tanti giovani, studenti e non, attraverso i social network. La gran maggioranza in difesa delle “vacanze lunghe”, ma non solo. Ci sono stati poi gli esperti di scuola, insegnanti e presidi. Non poteva mancare il ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, che ha ricordato come la questione del rapporto scuola/lavoro – e forse di una rimodulazione delle “vacanze” – rientrerà nel dibattito sulla Buona scuola. C’è stato anche chi, come Massimo Cacciari, ha liquidato la questione cassandola senza alternative e dando del «troglodita» al ministro Poletti. «Mi chiedo – ha spiegato Cacciari – se siano questi i problemi urgenti della scuola o dell’insegnamento. Non mi pare proprio. È una questioncella. C’è l’idea trogloditica che la produttività di una persona si misuri sul tempo di lavoro».

Per completare il quadro ci sono state le inevitabili – e opportune – comparazioni tra la situazione italiana e quella internazionale, scoprendo che in Europa l’anno scolastico termina in genere tra la fine di maggio e la seconda metà di luglio. Attorno a metà giugno è il periodo in cui iniziano le vacanze nella maggior parte dei Paesi. La loro lunghezza varia da un minimo di 6 settimane in alcuni laender tedeschi, nei Paesi Bassi, nel Regno Unito (Inghilterra e Galles) e Liechtenstein, fino alle 13 settimane della Lettonia, dell’Italia e della Turchia. Attenzione, però: di solito sono più brevi nei Paesi in cui sono previsti periodi senza scuola più frequenti e più lunghi durante l’anno. In Italia, invece, durante l’anno si sta a casa di meno.

Insomma, le dichiarazioni estemporanee sono state l’occasione per un focus che vale riprendere. Anzitutto considerando che il ministro ha disegnato una realtà valida per moltissimi studenti: quanti, infatti, durante l’estate, si dedicano a diversi lavoretti nel tempo di vacanza? Non sarà “fare formazione”, ma molti ragazzi, soprattutto i più grandi, delle superiori, si misurano se non col mondo del lavoro, con la necessità di “darsi da fare”: anche solo per avere qualche soldo in più da spendere e magari pagarsi le vacanze (quelle che restano).

I più grandi, dunque. Per i più piccoli bisogna fare ragionamenti diversi. Banale dirlo, ma le vacanze di un bambino di 10 anni non sono uguali a quelle di un adolescente. Anche la “durata” è percepita in modo differente.

Il nodo di fondo è immaginare anche le pause scolastiche inserite in un “curricolo”, in un percorso educativo che ha tanti e diversi step, oltre che tanti e diversi attori, scuole e famiglie in primis (ma non solo). Allora la questione si sposta dal “quanto” al “come”, dal tempo vuoto al pieno delle occasioni formative. Dal calendario – che pure potrebbe essere rimodulato, perché no? – alle esigenze di bambini/e e di ragazzi/e.

 

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