L’era del grande sviluppo economico è alle spalle. Ora teniamo le posizioni. Un 1% in più di Pil deve essere visto come un successo

di Nicola SALVAGNIN

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Come sarà il 2016 per la nostra economia? Chi si aspetta i fuochi d’artificio, rimarrà quasi sicuramente deluso. Già il 2015 non è stato eccezionale: si può dire che sia finita la recessione che ci attanagliava dal 2008 – guardando al Pil come indicatore di salute – ma la crescita vera è ancora da intravvedersi. Quest’anno finirà con un Pil in aumento di uno zero virgola qualcosa: un brodino caldo, rispetto a quanto abbiamo perduto nel corso degli ultimi otto anni. Sostanzialmente l’Italia è ferma: non regredisce, non progredisce.
Chi guarda al bicchiere mezzo pieno, registra che pure le altre economie avanzate non stanno facendo faville e che una crescita, seppur piccola, è già un buon segno. Chi ha una visione più pessimista, sottolinea che era quasi impossibile fare marcia indietro con il petrolio ai minimi e il costo del denaro a zero. Anzi, che abbiamo perso una buona occasione per fare certamente di più.

Già, ma cosa? Pier Francesco Saviotti, alla guida della quarta banca italiana (Banco Popolare) l’altro giorno s’è sbilanciato dicendo che «tutta questa crescita non si vede ancora, gli indicatori che abbiamo in mano ci dicono che la situazione è sostanzialmente ferma. Liquidità disponibile ce n’è anche troppa, mancano le richieste di investimento». Insomma il leit motiv degli ultimi anni – le banche non danno soldi alle imprese – è caduto fragorosamente: sono le imprese italiane che non chiedono soldi alle banche, che non hanno grossi progetti di sviluppo da finanziare. Ci si rifinanzia a tassi più bassi, si chiede un allargamento del fido. Ma poco altro. E non c’è ripresa se non si riattivano gli investimenti.

Purtroppo la grande impresa italiana o è in via di smantellamento, o gli investimenti produttivi li fa all’estero; quella media (vero motore propulsivo della nostra economia) è in via di guarigione, ma da lì ad ambiziosi progetti di crescita… Quella piccola arranca, legata com’è al mercato interno che è ancora abbastanza “gelato”.

Insomma, manca la locomotiva che possa trascinare tutto il resto. L’Italia ne ha sempre avute due: la svalutazione della lira, oramai un ricordo al tempo dell’euro; e l’edilizia, il settore più colpito da questa lunga crisi. Francamente non si vede come l’edilizia possa ridiventare trainante in un’Italia già molto urbanizzata e a crescita demografica zero. La sua parte potrebbe farla lo Stato, con importanti lavori pubblici che diano fiato al settore. Quali? Con quali soldi?

Ecco che le parole del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan (parlava, in veste di ex accademico, di “stagnazione secolare” per il mondo occidentale) possono farci capire una verità che non frequentiamo molto: l’era del grande sviluppo economico è ormai alle spalle, d’ora in poi sarà fondamentale soprattutto mantenere le posizioni cercando di conservare quella qualità di vita che abbiamo raggiunto dopo un lungo percorso. In quest’ottica, un 1% di Pil in più non deve essere visto come un mezzo fallimento, ma come un successo. Potranno esserci annate buone e altre più difficili, ma gli anni del boom economico sono definitivamente alle nostre spalle, se è vero (com’è vero) che l’Italia sta muovendosi con questo passo lento dal 1991, non da ieri.

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