Conti pubblici italiani sempre dolorosi. Finora, i buchi sono stati chiusi
con le tasse. Ma solo creando ricchezza, si avranno più risorse

di Nicola SALVAGNIN

conti pubblici

Qualunque governo emergerà dalle elezioni del 24-25 febbraio, avrà una sola certezza: dovrà mettere mano ai conti pubblici italiani, nascondendo nel cassetto per un bel po’ di tempo le mirabolanti promesse fatte fino a qualche giorno prima agli elettori italiani. Perché ci sono miliardi di euro da rastrellare con somma urgenza, altro che distribuirne a destra e manca! I primi da trovare sono i circa 7 miliardi di euro che colmeranno il buco creato da un Pil in contrazione di un punto percentuale. Meno produzione, meno consumi, meno entrate. La cifra che emerge dai numeri d’inizio anno stilati da Banca d’Italia è quella lì. Alla quale vanno aggiunti altri soldi: i fondi per la cassa integrazione in deroga non sono sufficienti per il fabbisogno di un 2013 che si preannuncia pesante almeno quanto il 2012. Difficile quantificare, ma i sindacati parlano di almeno due miliardi di euro da reperire. E altri soldi ancora sono da trovare per tante altre leggi e leggine che certo non hanno avuto dal 2012 grandi soddisfazioni.

A questa decina di miliardi di euro vanno aggiunti i 45 miliardi di euro che l’Italia si è impegnata a trovare per abbassare il proprio debito pubblico di tre punti percentuali (all’anno, e ogni anno). Una cifra che può essere frutto di una crescita economica di almeno il 2,5% – e abbiamo già visto, invece, che il Pil sarà negativo – con il mantenimento del pareggio di bilancio, cioè con uscite pari e non superiori alle entrate.

Finora, i buchi sono stati chiusi con maggiori tasse. A detta di tutti, siamo al massimo della pressione fiscale possibile. Lo confermano pure i numeri. La tassazione complessiva sulle imprese è da record europeo; quella che grava sulle buste paga dei dipendenti, pure. Non è questione di principio ma economica: troppi indicatori economici certificano che un ulteriore salasso ammazzerebbe il paziente, quindi sarebbe controproducente.

E allora? Le strade sono due. O si aumenta il debito pubblico, infischiandocene degli impegni presi di fronte all’Europa; oppure si taglia. Nel primo caso, più che i niet europei ci sarebbero da aggirare quelli finanziari, le perplessità dei mercati che già tengono d’occhio il comportamento dell’Italia. Saremmo sommersi di vendite, con lo spread che prende il volo e così la cifra degli interessi sul debito da pagare ogni anno. Insomma, anche volendo, non possiamo indebitarci ulteriormente.

Allora i tagli. Facili a dirsi, difficilissimi a farsi, anche in modica quantità. Perché in buona sostanza meno spesa pubblica (la spesa delle pubbliche amministrazioni tocca quota 800 miliardi di euro) significa licenziamenti, mancate nuove assunzioni, chiusura di servizi pubblici, meno risorse a sanità e scuola – le due voci più sostanziose di spesa -, meno redditi in circolazione… Facile, per un ragioniere a tavolino. Difficile, per la politica che vive attraverso il consenso elettorale. Una politica, che stando agli andamenti di questa campagna elettorale, sembra ogni tanto smarrire il senso della realtà.

C’è poco altro da aggiungere: la spesa pensionistica è già stata (brutalmente) affrontata; il capitolo delle dismissioni di beni pubblici è sostanzialmente un pallone sgonfiato o a lunghissimo termine; il recupero dell’evasione fiscale è già in atto, ma non dà risorse così corpose; una tassa patrimoniale potrebbe avere effetti addirittura controproducenti, come tutte le tasse in questo periodo.

In sostanza, c’è da tenere duro nella speranza che riparta l’economia e sforzandoci di trovare idee corpose e d’impatto: solo creando maggiore ricchezza, si avranno maggiori risorse. Il resto è favola che può essere raccontata solo per qualche altro giorno, non di più.

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