Mentre si vagheggia di digitale, le Province chiedono di mettere in sicurezza gli edifici pubblici

di Alberto CAMPOLEONI

giovani a scuola

Sfogliando il Corriere della sera, nei giorni scorsi era possibile imbattersi in una pagina, in grande evidenza, con un annuncio a pagamento, probabilmente ospitata anche su altri quotidiani. «Mettiamo in sicurezza le scuole pubbliche», gridava a caratteri cubitali, rivolgendosi a chi si candida a guidare il nostro Paese, chiedendo così «un piano straordinario per l’edilizia scolastica». A firmare, addirittura «le Province italiane».

Enti pubblici, dunque – nella fattispecie l’Unione province d’Italia – a ricordare proprio alcune mancanze strutturali del settore pubblico. Nell’annuncio alcuni dati sul “volume” della questione, con precise denunce: le Province gestiscono 5.179 edifici scolastici con 117.348 classi per 2.596.031 alunni (e tanti insegnanti, personale amministrativo, tecnico ausiliario…); il 40% delle scuole italiane – ecco le denunce – «è vecchio di oltre un secolo e la semplice manutenzione non basta più» e, negli ultimi 5 anni, le Province hanno investito «9 miliardi di euro in manutenzione e lo Stato non ha contribuito per nulla».

Non è una novità. Tutti gli anni un preciso Rapporto di Legambiente fa il punto sulla situazione edilizia – drammatica – delle scuole italiane. L’ultimo segnalava, tra l’altro, come il 50% degli edifici non avesse il certificato di agibilità e prevenzione incendi. La cosa da rilevare è, invece, la presa di posizione pubblica, col richiamo a chi andrà a governare l’Italia dopo le prossime elezioni: così non si può andare avanti.

L’annuncio sul Corriere aveva un altro aspetto curioso: si trovava “di fronte” a un articolo che parlava di novità tecnologiche in una scuola milanese, dove si sperimentano i colloqui insegnanti-genitori via computer, usando Skype. Senza entrare nel merito della questione – bisognerebbe dilungarsi – la particolare “collocazione tipografica” faceva saltare all’occhio immediatamente la contraddizione forte in cui si trova il nostro sistema scolastico, tra innovazione e “piedi d’argilla”. In generale, tra una sbandierata “fuga in avanti” – quella della cosiddetta scuola digitale, con la quale si devono fare i conti e che è certo una strada da percorrere, ben oltre gli slogan – e la realtà concreta di edifici e dotazioni che letteralmente “non stanno in piedi”.

Su questo vale la pena di riflettere, proprio alla vigilia delle elezioni. Bisogna che chi ambisce al governo del Paese si renda conto che la scuola è un’emergenza cui occorre rispondere con sollecitudine e senza “braccino corto”. La crisi economica, questi anni sciagurati di scandali e disamore per la cosa pubblica, hanno provocato anche una diminuita attenzione sostanziale alla scuola, travolta e “confusa” da tanti provvedimenti anche contradditori, ma non oggetto di un vero e profondo investimento di sistema. C’era altro cui pensare. Giusto per citare un nervo scoperto, si pensi all’incompiuta clamorosa della parità scolastica, disegnata nel 2000 come opportunità di sviluppo e qualità e da sempre arenata nelle secche della mancanza di soldi.

Ebbene, è ora di tornare a investire in modo decisivo sulla scuola. Non solo per portare gli iPad sui banchi, o promuovere le iscrizioni online, ma per mettere seriamente al centro dell’agenda politica e sociale il sistema educativo scolastico. Senza buttare il buono già fatto, ma riconoscendo che resta davvero molto di più da mettere in campo. Va ridefinita la quota del Pil da investire (troppo povera), va ridata importanza sociale al mondo della scuola, vanno messi gli istituti italiani nelle condizioni di sostenere l’azione didattica, di dare corpo e sostanza alla “mitica” autonomia. Naturalmente vanno sistemati i muri che cadono e gli impianti fatiscenti, come suggeriscono le Province.

Sono investimenti, non spese, perché è sulla scuola che si costruisce il futuro di un Paese che oggi ha certamente bisogno di tappare tante falle, ma ancora di più ha necessità di guardare avanti.

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