Al Teatro Leonardo affollato dibattito a più voci. Invitato a votare durante la serata, il pubblico si è espresso a larghissima maggioranza a favore dell’Europa unita

di Annamaria Braccini

Teatro Leonardo Europa

L’Europa arricchisce o impoverisce? Parte da questo interrogativo la serata che, al Teatro Leonardo di Milano, vede riunite oltre 300 persone. Il dibattito, organizzato dall’Istituto Affari Internazionali, da Villa Vigoni e da La Stampa, in collaborazione con i Decanati Città Studi e Venezia, raccoglie l’invito, più volte rilanciato dall’Arcivescovo, a promuovere incontri di approfondimento e riflessione sulle tematiche europee, anche in vista dell’avvicinarsi della scadenza elettorale per il rinnovo del Parlamento Ue (26 maggio). Un appuntamento definito da tutti i relatori un «punto di snodo» e a quello si volge lo sguardo durante il confronto, terzo momento di un ciclo che raggiungerà anche Napoli e Torino (su www.lastampa.it\guerraepace, nel live podcast dedicato alla politica internazionale, è riascoltabile l’intero appuntamento).

In ritardo su migranti ed economia

Moderata dal direttore de La Stampa Maurizio Molinari, la discussione è preceduta dalla votazione sul quesito posto al pubblico attraverso il sito del quotidiano: gli euroscettici risultano solo 26. «Perché l’Europa appare in ritardo sulle due sfide sentite fondamentali oggi, quella dei migranti ed economica?», chiede Molinari.  

«Purtroppo, prima che europei, ci sentiamo ancora italiani, francesi o tedeschi. Si continua ad anteporre l’interesse del singolo Paese all’Europa – spiega Carlo Cottarelli, economista, direttore dell’Osservatorio dei Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica di Milano -. Certo, veniamo da storie diverse, abbiamo differenze profonde e non è quindi cosa facile creare un’unità che dovrà essere sempre più politica, ma è necessario». Come a dire, «l’unione fa la forza, specie in un mondo ormai globalizzato quale è quello in cui viviamo, dove esistono colossi come la Cina, gli Stati Uniti e presto l’India». O si fa sistema o «altrimenti finiremo come i Comuni nel Medioevo, che si combattevano tra loro, non avendo nessun peso politico. Se, come Europei, non ci presentiamo uniti, non conteremo mai niente. Quello che stupisce è che alcuni vedano nel sovranismo un modo per rimanere autonomi, mentre è esattamente il contrario. Io sono un sovranista convinto, ma europeo».

Il “sogno” di Martini

Don Giuseppe Grampa, responsabile della Comunità pastorale San Giovanni il Precursore, ripercorre un interessante a approfondito excursus storico centrato su «L’Europa nell’insegnamento sociale del cardinale Martini». Uomo capace di vedere, con decenni di anticipo, la grande opportunità rappresentata dall’Ue, di valutarne le difficoltà, non rinunciando, tuttavia, a «sognare». Scriveva l’allora Arcivescovo di Milano nel 1999: «L’Europa da sognare non un’Europa dei mercati e neppure solo degli Stati. È l’Europa dei popoli, dei cittadini, delle donne e degli uomini, riconciliata e in grado di riconciliare, un’Europa dello Spirito».

Michele Valensise, presidente di Villa Vigoni, si domanda se l’interrogativo iniziale non faccia «pensare a una visione prevalentemente economica, mentre occorre fare un passo indietro e domandarsi se l’impoverimento non sia relativo ai valori, avendo perso di vista l’aspetto, appunto, valoriale».

Radici e identità

Si prosegue nell’analisi. «Minati dall’indebolimento del senso di comunità, ciò che prevale nella narrativa è sempre l’io. Ciò è evidente anche in chiave europea. Sarebbe stato diverso se l’Unione avesse messo al centro, con più forza, la sua identità e le radici cristiane?», sottolinea Molinari. Radici che, a ben vedere, sono molteplici per gli influssi venutisi a sovrapporre nei secoli e «che hanno trovato, proprio nella tradizione giudeo-cristiana, una forza capace di inverarli e di promuoverli», come giustamente notava ancora Martini. 

«Credere che l’Europa sia stata una creazione della Germania, è una tesi sbagliata – osserva Cottarelli -. La realtà è che le cose non sono andate come dovevano andare, perché abbiamo continuato a fare, in campo economico e dell’inflazione, cose che non dovevano fare. Non è vero che la Germania decide tutto in Europa, tanto che la Bce ha preso la maggior parte delle recenti decisioni contro il parere della Banca centrale tedesca». C’è una soluzione? «Possiamo recuperare quello che abbiamo perso circa vent’anni fa, riducendo i costi di produzione dell’impresa italiana, facendo riforme, in primis nella pubblica amministrazione e nella burocrazia».

«In altri Paesi non vi è una concentrazione di antieuropeismo come esiste in Italia e questo rischia di aumentare l’isolamento del nostro Paese: è un’eccentricità mai sperimentata finora. Temiamo la Troika, perché pensiamo che sia un concedere decisioni a qualcuno che viene da fuori, ma non è così». Questo è il punto, secondo Valensise: «Sarebbe necessario assumere decisioni responsabili. Molti non vogliono ammettere che là dove l’Europa va bene, come nella politica commerciale verso Paesi terzi o nella concorrenza, le cose funzionano».

Bilancio e spese

Insomma, in alcuni comparti, si fa meglio al centro che in periferia, proprio per la complessità odierna. Vengono così citati la politica fiscale, ma anche le criticità del bilancio europeo che, a oggi, «è pari all’1% del Pil europeo». Troppo poco, scandisce Cottarelli: «Basti pensare che il bilancio del Governo federale Usa viaggia sull’ordine del 25-30% del loro Pil. Con più fondi a disposizione si potrebbe pensare a un sussidio di disoccupazione europeo, magari per rendere i mercati più simili, o a un sistema pensionistico più equo». Come raggiungere tutto ciò? «Con la delega e la perequazione delle spese». Il problema è anche «un’Europa incapace di comunicare e comunicarsi», interviene brevemente Alessandro Galimberti, presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia, parlando di «patrimonio di idee e di educazione», da preservare.

Tornano alla mente le parole ancora preveggenti, risalenti al 1996, del cardinale Martini, riproposte da don Grampa. Con quelle tre vie «praticabili e utili che l’esperienza europea può offrire: il superamento della sovranità assoluta degli Stati; l’aver dilatato a livello internazionale l’ambito della democrazia; la nuova dimensione della cittadinanza come appartenenza non solo nazionale, in qualche modo escludente e discriminante». 

«Se c’è una scommessa che può rendere vincente l’Europa è la cittadinanza, la responsabilità a essere cittadini dell’Unione. Lo hanno capito per primi i giovani, i creativi, i “cervelli” che viaggiano tra i Paesi. Nella misura in cui lo saremo anche noi potremo promuovere l’Europa», conclude Molinari, prima del voto finale sullo stesso quesito posto all’avvio: da 26, gli anti-europei scendono a 19.

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