Crisi del rapporto scuola-lavoro e scarsa attitudine delle aziende di assorbire figure qualificate. Dentro un tale scenario ecco due vie per trovare un'occupazione

di Andrea CASAVECCHIA

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Sembra difficile collocare i laureati nel mercato del lavoro italiano. Un dato controintuitivo poiché ci dirigiamo in un’economia digitale che richiede figure professionali alte.

Ancora una volta emerge la disarmonia tra laurea e occupazione. Un segnale che stona nel mondo del lavoro, perché evidenzia da un lato una certa lontananza tra quello che si studia durante il percorso di istruzione e le esigenze delle imprese, e, dall’altro, questa discrepanza mostra la difficoltà dell’inserimento nel mercato del lavoro per i laureati, che, tra l’altro, in Italia sono meno che altrove.

Questa volta sono i dati contenuti in un rapporto Ocse su “Strategie per le competenze” a mostrare le disparità. Si apprende dalle elaborazioni statistiche che tra i 25 e i 35 anni il numero dei laureati in Italia è inferiore alla media dei Paesi economicamente sviluppati: il 20% contro il 30%. Perciò è ancora più grave costatare che il 18% degli occupati svolge attività che richiedono un complesso di competenze inferiori a quelle che hanno. Inoltre si osserva che nel 35% dei casi i laureati lavorano in settori non coerenti con quello che hanno studiato.

C’è dunque una doppia impreparazione nel nostro sistema: una è nel rapporto scuola-lavoro, l’altra è nelle potenzialità delle aziende di assorbire lavoro ad alta qualifica.

Sicuramente è importante trovare soluzioni per alimentare un dialogo tra i due mondi. L’università e la ricerca possono aiutare le aziende come queste possono sostenere le attività di ricerca e di formazione.

Dentro un tale scenario si potrebbero considerare due vie da consigliare ai giovani nella scelta di un percorso formativo diretto all’inserimento lavorativo.

La prima riguarda il talento personale, come evidenzia Paolo Gallo – responsabile delle risorse umane del World Economic Forum – in “La bussola del successo”: più che la passione è importante individuare e coltivare il proprio talento. La differenza sta nel capire quello che ci riesce bene, perché non è sufficiente puntare su quello che piace. Il talento poi potrà essere impiegato in una passione.

La seconda richiede realismo: è importante valutare e conoscere l’esistente. Va compreso quello che offre il territorio, cosa chiede il contesto sociale e storico. In questo non è sufficiente però un impegno personale. Serve la costituzione di un vero e proprio servizio di orientamento che ha bisogno di analizzare le richieste delle aziende, lo stato dell’arte del mondo economico locale e le prospettive di sviluppo nel futuro.

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