L’episodio di Berlino è solo l’ultimo atto di una trama di male che ha colpito diverse città europee nel 2016 e che ancora una volta alimenta paura in tutti noi. La domanda diventa: che fare? Credere nella forza di cammini diffusi di educazione al bene

di Walter MAGNONI
Responsabile della Pastorale sociale e del lavoro

tir attentato Berlino 2016

L’altroieri camminavo tra i mercatini di Piazza Duomo e osservavo la gente intenta a cercare qualche regalino prima di Natale. Così, quando alla sera ho saputo dei fatti di Berlino, mi è stato meno difficile immaginarmi la scena. Ho associato i volti tranquilli e gioiosi visti poche ora prima a quelle dei tedeschi intenti in azioni simili. Il passo della gente che frequenta i mercatini è necessariamente lento, fatto di soste per osservare, scegliere, comprare o solo riappoggiare un oggetto perché ancora indecisi se acquistarlo o meno.

È in un contesto del genere che immagino l’irruzione del camion omicida. Un motore potente contro una folla anonima e dodici vite hanno cessato di esistere, con tanti feriti e un’immensa folla caduta nel panico, nello sconcerto, nel non senso.

Quest’estate qualcosa di analogo era accaduto a Nizza e anche lì era stato difficile, se non impossibile trovare ragioni. Anche perché razionalmente certe cose proprio non si possono spiegare. La mente si rifiuta di capire che colpa hanno uomini, donne e bambini che tranquilli stanno passeggiando tra mercatini. Si deve cercare altrove un senso di tanto odio che si sfoga su chi capita con l’intento di punire tutti.

Non sono in grado di fare analisi; inoltre ritengo che, malgrado le letture dei fenomeni siano sempre importanti, in casi come questi restano pure ipotesi. Ad ogni modo cogliere la radice di tali gesti appare sempre azzardato. Chi può comprendere fino in fondo cosa muova il cuore di un kamikaze?

Mi preme provare a rilanciare la domanda che sento più urgente: che fare? Non esiste un’unica via, ma quella che richiede più tempo ed è meno evidente si chiama a mio avviso: sfida culturale ed educativa.

Aumentare i controlli serve fino a un certo punto. Per esempio ritengo poco efficace mettere controlli ai varchi di stazioni come Termini a Roma o Centrale a Milano. Basta salire da una stazione limitrofa e si sono già bypassate queste misure. Sono talmente numerosi i possibili obiettivi sensibili che proteggerli tutti appare impossibile. Questa è una strada necessaria per far sentire le persone più al sicuro, ma non sarà mai la soluzione.

Invece credo nella forza di cammini diffusi di educazione al bene. Sono percorsi che partono in famiglia, che continuano a scuola, che vanno curati nei luoghi dove si fa sport, così come negli oratori e nei vari centri di aggregazione. C’è uno stile che passa dall’appropriazione mimetica, ovvero dalla testimonianza virtuosa di persone che mostrano come il bene generi bene.

Mi è caro un racconto di Erri De Luca: «Lavoravo a Milano in un cantiere edile e avevo la rara fortuna di abitare nei paraggi. A mezzogiorno andavo a piedi a casa a mangiare per poi tornare entro un’ora. Lungo la strada incontravo un mendicante, un uomo coi capelli bianchi, anziano, ma non vecchio. La prima volta avevo in tasca mille lire, gli detti quelle. Mi precedevano di pochi passi ragazzi che al suo gesto di chiedere avevano risposto con una presa in giro. Gli vidi in faccia lo scatto muscolare di una pena, il rinculo di un colpo subito: per quello tirai fuori le mille lire. Passando di lì, ogni giorno gli lasciavo mille lire. Poi non lo vidi più, finché mi accorsi che si nascondeva al mio passaggio per non togliermi quei soldi. Fu così lui a farmi la carità più profonda di lasciarmi con mille lire in più, a fare un gesto segreto per l’operaio sgualcito di mezzogiorno. E questo non vuol dimostrare niente, solo dire che tra due esseri umani è infinito il grado di premure che possono offrirsi incontrandosi al piano terra di un marciapiede».

Partiamo da questo infinito grado di premure che nello scorrere dei giorni possiamo donarci gli uni gli altri. Alla cultura del rancore si risponde con quella della cura. Lavoro lento, ma unica via in una società dove etnie e culture o s’incontrano o si scontrano. Lavoro lento, ma unica via per ritornare a tessere legami di bene.

 

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