È il tempo di responsabilità più condivisa al Nord, al Centro e al Sud

di Nicola SALVAGNIN

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«Aiutati che Dio t’aiuta»: se chi ha codificato questa massima ricevesse un centesimo per ogni volta che è stata pronunciata, sarebbe ricchissimo. Ancor più, in cambio di un centesimo ogniqualvolta sia stata applicata. Darsi da fare, rimboccarsi le maniche, fare la propria parte, non delegare (sempre) ad altri. Perle di saggezza che rasentano la banalità? Tutt’altro, se guardiamo nel complesso la situazione economica che stiamo attraversando, e quella psicologica di un italiano che si sta un po’ disabituando a prendere la pala e togliere la neve che intralcia il suo percorso. Senza che ci sia per forza un’ordinanza del sindaco o uno stimolo mortale a spingere ad agire.

Il Governo Monti s’è molto preoccupato di costruire le condizioni: cioè di far sì che sia per noi più facile, più semplice, più stimolante darci da fare. Ha fatto in fretta, non sempre ha fatto bene: ma c’è tempo ora per migliorarle, quelle condizioni; anche di valutarle con più attenzione. Ma la palla passa a noi. E qualcosa – anzi più di qualcosa – sta germogliando con modalità nuove, differenti, originali. Esempi che possono fare da apripista; rompighiaccio che possono frantumare croste conservatrici o immobilizzanti.

Come nel Padovano, dove un’ottima azienda meccanica concorda con i propri dipendenti uno scambio: voi vi rimboccate le maniche per sfruttare qualsiasi refolo di vento buono, noi ci impegniamo a non licenziare nessuno per tre anni. Anzi, no: stop al “noi e voi”: «Siamo tutti sulla stessa barca – ha ricordato il titolare dell’azienda – e da sempre siamo una famiglia di famiglie». Soddisfatti tutti, a quanto pare. Idea geniale? No: applicata in questi anni dai tedeschi su larga scala, a quanto pare con esito positivo. O la primaria banca veronese che ha escogitato un sistema di flessibilità degli orari per i propri dipendenti che li aiuta ad affrontare meglio le proprie esigenze personali o familiari, nel contempo realizzando risparmi gestionali che permetteranno nuove assunzioni di giovani.

Esempi da un Nordest dove il motto iniziale è iscritto nel dna delle popolazioni. Ma basterebbe dare vigore a certi valori quali la sussidiarietà – ben gestita, ben vigilata – per stimolare le risorse di un territorio, di un popolo, senza per forza delegare la soluzione dei problemi ad “altri”, a uno Stato o a un “pubblico” per esempio che si vorrebbe snello e poco costoso da una parte, e poi onnipresente a risolvere questa o quella situazione.

Che gli italiani stiano reagendo alla crisi, lo testimoniano le tante piantine che stanno crescendo in silenzio: ogni nuova rotta aerea verso questa o quella metropoli mondiale viene immediatamente riempita di prenotazioni, segno che sono in molti che prendono la valigia per esplorare nuovi mercati. E i 25 anni di successo del progetto universitario Erasmus testimoniano la volontà di migliaia di giovani di specializzare i propri studi all’estero, di conoscere il mondo, di cercare nuove occasioni.

Solo chi dorme non raccoglie molto, e per tanti giovani italiani la sveglia andrebbe attivata già in famiglia. Questa è un’epoca in cui l’ignoranza dei migliori percorsi formativi e delle opportunità lavorative, e l’ignavia nell’affrontare il percorso scolastico dei figli può costare carissimo agli stessi, proprio perché non esiste più l’assioma: basta studiare per avere un buon avvenire.

Poi, certo, ognuno deve fare la sua parte, e farla al meglio proprio perché i tempi sono eccezionali e le incapacità danneggiano il triplo di prima. Quindici anni fa fu creato un distretto industriale nella pugliese Manfredonia – dal nulla – dove si installarono alcune aziende venete, che scelsero il Mezzogiorno piuttosto che la Romania o l’Est asiatico. Sono rimaste in due, ma quelle due lavorano bene, sono cresciute e hanno costantemente incrementato l’occupazione (commento di un imprenditore: «I pugliesi lavorano tanto e bene»).

Quello che è intollerabile, è che siano in questi anni mancate tutte quelle infrastrutture che l’ente pubblico avrebbe dovuto fare per trasformare un deserto economico in un motore di occupazione e reddito. Hanno rimediato le stesse aziende, ma sono questi assurdi ostacoli che vanno rimossi, in particolare nel nostro Mezzogiorno che non sembra mai aiutarsi per uscire da un’autostrada che porta diritta alla Grecia.

È in questa fetta d’Italia che vanno concentrate le attenzioni di chi ci governa: smettendo di far piovere contributi senza alcun costrutto, ma ponendo le basi affinché le energie locali possano sprigionarsi. Anche a colpi di ramazza, se le università sono le peggiori d’Europa e certa classe politica ha urgente bisogno di essere rottamata.

Ogni potenzialità del Meridione è oggi ai livelli minimi: può solo crescere e dare maggiori chance di futuro ai propri figli. Gli stereotipi negativi, richiudiamoli in un cassetto: nella prima metà dell’Ottocento nel Veneto si moriva di fame, mentre Napoli era la città industrialmente più all’avanguardia dello Stivale.

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