La politica è in fermento per la scalata spagnola alla Telco che controlla l’azienda, punto di riferimento della rete fissa nazionale

di Antonio RITA

Telecom

Dopo mesi di trattative si è chiusa nel peggiore dei modi, per l’Italia, la negoziazione dei soci Telco (la “scatola di controllo” di Telecom Italia): il governo dell’azienda passerà nelle mani di Telefonica, l’ex monopolista spagnolo. Bernabè, presidente del gruppo italiano, cerca di tranquillizzare gli animi sulla perdita di italianità dell’azienda, ma la politica è già in fermento ed il Governo sarà presto chiamato a riferire al Parlamento.

La storia di Telecom Italia inizia nel lontano 1925 con la nascita della Società telefonica interregionale piemontese e lombarda (Stipel), ma è nel 1964 che prende forma la Sip (Società italiana per l’esercizio telefonico): le cinque società fondate nel 1925, ciascuna con una specifica porzione del territorio assegnato, sono fuse in un’unica azienda controllata dalla Stet (Società finanziaria telefonica Spa) dell’Iri. Telecom Italia vede la luce solo molti anni dopo, nel 1994, quando l’Italia si prepara a liberalizzare e privatizzare le telecomunicazioni: tutte le attività di telecomunicazioni della Stet sono riunite sotto un unico cappello (ad esclusione della rete mobile e delle Pagine Gialle) e prende vita Telecom Italia. Nel 1997 l’Opv (Offerta pubblica di vendita), il Governo mette sul mercato l’azienda sperando di trovare un “nocciolo duro” di imprenditori italiani che se ne faccia carico. Ma il “nocciolo” si sbriciola in pochi anni e nel 1999 l’Olivetti lancia un’Opa (Offerta pubblica di acquisto) con l’aiuto di Colaninno e conquista Telecom. Ma la parabola discendente di Telecom Italia è già iniziata. Quando viene privatizzata nel 1997 le azioni vengono collocate a 10.902 lire (5,63 €); nel 2001 il gruppo Olivetti cede il testimone a Tronchetti-Benetton ricavandone 4,175 € per azione: una cifra enorme considerando che le Olivetti quotavano solo 2,25 €, ma quasi il 16% in meno rispetto a quattro anni prima. Oggi il titolo è quotato in borsa a 0,599 €, una perdita netta di valore pari a quasi il 90% rispetto al 1997. Nel frattempo il debito di Telecom Italia raggiunge l’astronomica cifra di 28 miliardi e blocca anche solo l’idea di un piano industriale per rilanciare l’operatore. Sono mesi e anni di stagnazione, durante i quali Telecom perde quote di mercato nazionale e capacità di generare ricavi, le partecipazioni strategiche sono ridotte all’osso e resta solo Tim Brasil (vero obiettivo, secondo molti analisti, di Telefonica).

Una parabola che si interrompe la notte tra lunedì e martedì scorsi, i soci italiani di Telco (Generali, Mediobanca ed Intesa San Paolo) raggiungono un accordo con Telefonica (altro azionista della “scatola societaria” che detiene il 22,4% di Telecom Italia) per la cessione a quest’ultima delle loro quote in Telco. Telecom Italia diventa spagnola. Un accordo in 3 fasi: un primo aumento per far salire gli spagnoli al 66% di Telco, una seconda ricapitalizzazione per passare al 70% ed un’opzione di call per il restante 30%. Nonostante la clausola di “salvaguardia” che prevederebbe che la governance resti in mano italiana fino a che Telefonica non avrà raggiunto il 70%, c’è molta agitazione nelle acque della politica. Franco Bernabè ha cercato di spiegare che «cambia l’assetto azionario di Telco e non di Telecom. Telecom non diventa spagnola, è solo Telco che ha avuto un riassetto azionario».

Ma la difesa ha convinto ben pochi ed il Presidente di Telecom è stato chiamato a riferire con urgenza in Senato. Il coro di preoccupazioni per la perdita di un asset così strategico come la rete fissa nazionale si alza trasversale dagli scranni del Parlamento. Una voce univoca che chiede al Governo di riferire, ma che provoca una sola domanda all’osservatore attento: dov’era la politica quando tutto questo accadeva? Forse sarebbe dovuta intervenire già quando tutti gli altri operatori mobili (Vodafone, H3G, Wind) e i più importanti di rete fissa (Wind-Infostrada, Fastweb, BT Italia) diventavano preda di operatori stranieri.

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