Per noi italiani ora potrebbe scendere il debito pubblico. Si può prevedere
anche una piccola spinta alla ripresa dei consumi interni

di Nicola SALVAGNIN

Bce

Il taglio del costo del denaro nell’eurozona dallo 0,50 allo 0,25%, deciso dalla Bce di Mario Draghi, assomiglia alla situazione del guidatore che si siede nella propria auto e tenta, vanamente, di farla partire. Ad un certo punto s’accorge che la batteria si avvia a lasciarlo in panne, e che il prossimo giro di chiave sarà quello decisivo: o si parte e si risolve tutto, o si rimane fermi con tutti i problemi che ciò comporterà.

Ecco: Draghi praticamente ha azzerato il costo del denaro un po’ per venire in soccorso alle euro-economie penalizzate nelle esportazioni dall’Euro forte (che è tale non per merito, ma perché le altre monete si sono fortemente svalutate nei suoi confronti). Ma a spingerlo a questa mossa quasi estrema è stata la voglia di dare una scossa alle nostre economie, riavviare una macchina che comunque è praticamente ferma. Se l’Italia addirittura si sta impoverendo di anno in anno, le altre economie continentali non stanno certamente correndo. E se si ferma chi ancor oggi un po’ si muove, come potremo contrastare il rischio di un generale declino del nostro continente?

Utilizzando un’altra similitudine, è come se Draghi avesse dato a tutti un semino da mettere a dimora, capace di dare frutti nella misura in cui ciascun contadino saprà trovargli un terreno adeguato e prestare le necessarie cure. Per noi italiani, questo semino appare particolarmente prezioso: potrebbe abbassare il costo del nostro debito pubblico, regalandoci miliardi di euro di insperati risparmi. Potrebbe dare una spintina alla ripresa dei consumi interni, perché un po’ tutti si stanno accorgendo che l’Europa – e l’Italia in particolare – non si riprenderà se non ripartiranno i consumi interni.

Dopo il crollo del mercato immobiliare, delle auto, degli elettrodomestici e mobili, dell’abbigliamento, stanno addirittura calando i consumi alimentari. Così non si salva nessuno: le fabbriche chiuderanno, esploderà la disoccupazione (più di oggi), ci saranno ancora meno soldi da spendere. Una spirale negativa che trascina le società alla decadenza.

Compito dell’Italia ora è quello di sfruttare questa chance, di provare a riavviare il motore della crescita. Che non ci sarà nemmeno nel 2014. Le stime governative di un Pil in crescita dell’1% (di per sé non sarebbe nemmeno “crescita”) sono state riviste al ribasso dall’Istat: se va bene, più 0,7%. Ma basterà una piccola alluvione, o qualche speculazione sui nostri Btp per farci tornare al punto di oggi, cioè in piena recessione.

Il problema italiano è che non solo l’accensione fa difetto, ma pure il serbatoio appare vuoto e nessun pilota riesce a porvi rimedio. Senza benzina (quelle che chiamiamo “riforme”, cioè cambiare ciò che non va), l’auto non farà un solo metro di strada. Abbiamo sperato per molto tempo che, dalle analisi, i piloti passassero a qualche fatto. Ecco: dato per scontato che con le parole non si riempiono i serbatoi, questa forse è l’ultima chance per non finire nella spirale di cui sopra.

Il bello è che lo sappiamo tutti molto bene. Il brutto è che, da italiani, contiamo poco sulle nostre forze e molto sulla speranza finale che l’Europa, mal che vada, ci salverà. Probabile, ha già “salvato” la Grecia. Vogliamo finire così?

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