Le esigenze di accorpamento e razionalizzazione sono giustificate, ma il Governo sia forte con i forti (Regioni) e mite con i deboli

di Nicola SALVAGNIN

impiegata

Il Comune non solo è il più antico sistema di organizzazione sociale delle libere città italiane, ma anche la più funzionale istituzione di servizio al territorio. Tanto più nel momento in cui il Governo sta progressivamente svuotando di poteri e mezzi le Province: tra un paese di montagna e i palazzi regionali c’è troppa distanza in tutti i sensi, per pensare che qualcuno si faccia realmente carico dei problemi locali. In Italia i Comuni sono oltre 8 mila: certamente troppi, certamente a quota 5 mila le cose non cambierebbero molto da ora, e si contrasterebbe l’eccessiva parcellizzazione delle funzioni amministrative comunali. Lì si andrà: nuove norme stanno spingendo-imponendo ai piccoli Comuni di aggregarsi, di fondersi, di mettere assieme i propri uffici per avere maggiore efficienza e comunque minori costi. Nell’epoca di internet, un ufficio anagrafe per ognuno degli 8 mila e passa Comuni italiani è semplicemente assurdo.

Queste giuste esigenze di razionalizzazione della spesa e di miglioramento del servizio (a volte l’acquisto di un computer è già un grosso problema, per una piccola comunità) però non devono spingere a gettare via il bambino assieme all’acqua sporca. Non sono i Comuni italiani la principale macchina dello spreco delle risorse pubbliche: la sanità assorbe più di 100 miliardi di euro all’anno, con risultati in alcuni casi assolutamente sconfortanti, tanto per dire. Le Regioni hanno tra le mani budget di grande consistenza, gestiti spesso con grande irresponsabilità. Solo per fare un paio di esempi.

Quindi non strozziamo i Comuni, non obblighiamoli a non poter assolvere ai servizi minimi – ma importanti per chi vive su un territorio – per l’assoluta mancanza di risorse. I tempi dei palasport costruiti uno di fianco all’altro, per la gloria del sindaco del momento o per fare un favore a Tizio o Caio, sono finiti da tempo. Le cronache ci raccontano di lampioni spenti tutta la notte; di biblioteche chiuse; di vigili a piedi. Di sindaci che spostano la sede comunale in una casupola, ma a 600 metri d’altitudine, per diventare così Comune montano e sfuggire al pagamento dell’Imu…

Come nelle crisi economiche il prezzo più pesante lo pagano sempre le fasce sociali più deboli, così i tagli ai trasferimenti statali colpiscono soprattutto i tanti piccoli e medi Comuni italiani. Non le grandi città, la cui incapacità di gestire le risorse a disposizione è da tempo un problema nel problema: è vero che grandi comunità hanno grandi problemi, e bisogni maggiori. Ma è anche vero che, ancor oggi, tutti piangono miseria ma nessuno si priva della municipalizzata molto scadente, ma così utile quando c’è da piazzare questo o quello, o c’è da sponsorizzare quanto la politica richiede: dalla manifestazione “culturale” alla locale squadra di calcio.

Qui sta il punto: obbligare gli amministratori di queste realtà a rinunciare agli “annessi e connessi”, piuttosto che tagliare posti negli asili-nido o insegnanti di sostegno. Il governo sia forte con i forti, mite con i deboli: un modo per riaccostare chi fa politica ai bisogni della gente, più che ai consigli di amministrazione di autostrade e fiere locali…

 

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