Percorsi di alternanza con il lavoro offerti anche da Caritas, musei diocesani, parrocchie. E non mancano le polemiche…

di Alberto CAMPOLEONI

lavoro giovani

Cos’è l’alternanza scuola-lavoro? Sembra semplice: la possibilità che gli studenti delle scuole superiori passino un certo periodo di tempo, durante il loro corso di studi, in una realtà lavorativa, in azienda, per “familiarizzare” – diciamo così – con quegli ambienti lavorativi che non solo potrebbero accoglierli in futuro, ma che per certi versi costituiscono punti di orientamento per la scuola stessa. Un’alternanza – fatta di stage organizzati e monitorati – che risulta utile non solo ai giovani studenti, ma anche alle stesse aziende, che contribuiscono alla formazione di possibili nuove leve e a loro volta vengono “provocate” dalle nuove generazioni. Un’alternanza, infine, utile alla scuola, che rapportandosi in modo sistematico e collaborativo con le realtà lavorative del proprio territorio, riceve input significativi e rafforza il curricolo formativo.

L’alternanza – spiega il Ministero dell’istruzione – è un percorso che potenzia l’autonomia scolastica; qualifica l’offerta formativa; esalta la flessibilità; risponde ai bisogni diversi degli alunni; agisce per la forte valenza orientativa, come mezzo di contrasto alla dispersione scolastica. Insomma, sembra un’ottima cosa. E, a dire il vero, da tanti anni viene praticata, con profitto, in particolare negli istituti tecnici e in quelli professionali.

Il fatto è che la recente normativa ha riformato le regole dell’alternanza, anzitutto estendendole a tutte le scuole superiori (licei compresi) e imponendo dal terzo anno in poi 400 ore l’anno che gli studenti di tecnici e professionali dovranno trascorrere “extra scuola”, mentre per gli studenti dei licei le ore dovranno essere 200. Dunque da quest’anno saranno molte di più le occasioni di stage da cercare per gli studenti e, inoltre, per quanto riguarda in particolare i licei si pone il problema di individuare partner nuovi, adatti e preparati allo scopo.

Così si sono messe in moto le “macchine” degli istituti sui diversi territori, alla ricerca di partner affidabili e soprattutto disponibili, con sbocchi talvolta inaspettati e interessanti, collaborazioni con realtà del terzo settore, imprese “sociali” e anche mondi imprenditoriali in passato coinvolti ben poco o per niente. Ad esempio realtà che appartengono al mondo della comunicazione, o a quello dell’arte.

In Lombardia c’è anche l’offerta di collaborazione che viene dalle parrocchie, con la proposta di impegnare gli studenti in percorsi mirati all’interno di attività di volontariato, archivi e biblioteche parrocchiali, musei.

E le polemiche non potevano mancare, con la Rete degli studenti, in particolare, insorta in difesa della “scuola laica”, minacciata da un’ipotesi del genere che diventa addirittura una «opportunità di indottrinamento». Al punto che lo stesso sottosegretario all’istruzione, Gabriele Toccafondi, è intervenuto nelle scorse settimane per spiegare: «Quest’anno dobbiamo dare stage a 500mila ragazzi, l’anno prossimo a un milione. Quindi dobbiamo guardare in ogni direzione: anche verso i Comuni, le associazioni di volontariato, gli enti non profit come il Fai, il Wwf, Italia Nostra, ma anche la Caritas, il Coni, le associazioni sportive, i musei diocesani, appunto. Se c’è un ente come l’Opera del Duomo di Firenze, che accoglie ogni anno milioni di turisti, perché non coinvolgerlo anche se è di derivazione religiosa?».

Puro buon senso. Ora, preoccuparsi che l’alternanza scuola-lavoro si realizzi correttamente, con percorsi formativi seri e non raffazzonati solo per colmare il monte-ore, è cosa buona. Ma attenzione al rischio delle inutili (e ingiustificate) contrapposizioni ideologiche e soprattutto a quello di trasformare tutto in farsa.

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