Si tende ad allontanare la prospettiva di vita a due, mentre si concretizza la sua realizzazione superati i trent’anni. Prima a casa con i genitori il 78,3% dei maschi e il 66,7% delle donne

di Andrea CASAVECCHIA

matrimonio

La continua posticipazione delle prime nozze è un forte segnale della lenta trasformazione sociale, che si conferma dalla lettura del recente rapporto Istat sui matrimoni celebrati in Italia nel 2013. Gli uomini si sposano a 34 anni e le donne a 31, nel giro di 5 anni l’età media al primo matrimonio è salita di un anno. L’aumento è costante: dieci anni prima l’età media toccava 32 anni per i maschi e 29 per le femmine.

Come si affrettano a sottolineare gli analisti, rimandare le nozze influenza i minori tassi di fecondità del nostro Paese, anche se, oggi, spiega il rapporto, l’incidenza di bambini nati fuori dal matrimonio è in aumento.

Poi, sono evidenti alcuni fattori strutturali che alimentano la decisione a procrastinare le nozze: prolungamento dei percorsi di studio, precarietà lavorativa, assenza di politiche abitative.

Tuttavia ci accorgiamo che il numero di giovani che rimangono a casa con i genitori tra i 18 e i 30 anni aumenta sempre più: il 78,3% dei maschi e il 66,7% delle donne. Una consistenza numerica così elevata è troppo ampia da poter essere spiegata in modo esaustivo dalle carenze socio economiche.

Incidono anche dei fattori culturali, probabilmente. Il primo riguarda il tentativo di de-responsabilizzare i giovani: meno ruoli sociali, meno presenza nel mondo lavorativo, meno peso nella vita politica. Tanti elementi che alimentano un’insoddisfazione diffusa tra le nuove generazioni e una latente conflittualità con il mondo di adulti e anziani.

Il secondo fattore culturale si intravede nella scarsa propensione a osare dei nostri giovani. Già perché sposarsi se da una parte significa assumersi delle responsabilità, dall’altra significa gettare il cuore oltre l’ostacolo e fidarsi sia del partner, sia delle opportunità offerte dalla comunità in cui si vive. E purtroppo la fiducia non è una delle principali risorse della nostra società carente nel fornire rassicurazioni per il futuro.

Invece di osare si preferisce assaporare le esperienze: atteggiamento che caratterizza la filosofia del “carpe diem”, cibo per lo stile di vita dominante. Uno stile che indebolisce l’energia dei sogni (potrebbero essere deludenti), e l’applicazione sui progetti (richiederebbero rinunce e rischierebbero di trovare ostacoli); piuttosto è preferibile spalmare la vita sulla quotidianità, giocarla su obiettivi minimi e raggiungibili.

All’inseguimento di questo sapore si rimanda, finché non ci si accorge che la dispersione dei sapori non dà gusto. E come i due giovani Bradamante e Rambaldo, di Italo Calvino, si smette di inseguire il “cavaliere inesistente” per scoprire la bellezza di incarnarsi nella realtà.

Un’avvertenza: bisogna accorgersene in tempo, però.

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