Ancora una volta in campo gli interessi di grandi potenze straniere

di Riccardo MORO

Bashar el-Assad

Non si vede all’orizzonte alcun segnale di schiarita in Siria. All’inizio del 2011 i movimenti in Tunisia ed Egitto avevano incoraggiato una parte dei siriani a scendere in piazza. Il presidente Assad aveva risposto miscelando durezza e cura dell’immagine. Mentre la comunità internazionale si occupava di Gheddafi, Assad mandava in piazza la milizia e trattava con l’oligarchia. Da un lato, infatti, le famiglie più potenti, terrorizzate di perdere potere e privilegi, chiedevano al giovane leader di usare il pugno di ferro per sedare sul nascere qualsivoglia protesta. Dall’altro il presidente siriano esitava a rovinare l’immagine di uomo del dialogo che, pur con molte contraddizioni, in questi anni aveva cercato di costruirsi. Dalla Siria passano infatti mille relazioni, in particolare quelle che comunicano con l’Iran, un esempio per tutti il canale finanziario e politico che in questi anni ha sostenuto Hezbollah in Libano e Hamas nella striscia di Gaza.  Una presidenza “dialogante”, che parla sia con gli Usa, sia con l’Iran, ha contribuito a evitare degenerazioni nell’area mediorientale, ma soprattutto ha alimentato l’immagine di insostituibilità del leader presso l’oligarchia siriana che non ha gradito la successione di padre in figlio della famiglia Assad al vertice del potere.

Durante la crisi, però, Assad ha dimostrato che quello dialogante non è il suo vero volto. A marzo 2011 usa il pugno di ferro  facendo sparare sulla folla, ma non si fa vedere. Annuncia e rimanda per tre settimane un intervento in Parlamento, mentre trasmette messaggi di stima per i manifestanti. In realtà sta aspettando di vedere come reagirà la comunità internazionale alle violenze di Gheddafi. I ritardi internazionali nei confronti del leader libico equivalgono a una sorta di semaforo verde per Assad, che aumenta impunemente le violenze per le strade e blocca i media, ostacolando il racconto di quanto avviene nel Paese. Quando il Consiglio di Sicurezza vota la risoluzione che autorizza l’intervento armato contro Gheddafi, Assad ferma la milizia, va in Parlamento e presenta il viso migliore, con un discorso infarcito di buone parole. Durante il limbo creato dalle esitazioni internazionali il leader ha trattato con le élites e soffocato nel sangue le rivolte e ora può ripresentarsi come uomo del dialogo in parlamento e in diretta tv. 

La guerra in Libia catalizza l’attenzione internazionale, Assad attende e l’opposizione popolare prova a riorganizzarsi riavviando le manifestazioni. Quando Gheddafi viene ucciso e si insedia il nuovo governo libico, aumentano le voci critiche nei confronti dei Paesi che hanno condotto la campagna armata, accusati di preoccuparsi solo delle forniture di gas e petrolio. È il momento che Assad aspetta. Le violenze del regime riprendono e si moltiplicano fino a divenire letteralmente incalcolabili, per la loro dimensione e per la difficoltà a inviare informazioni indipendenti dall’interno del paese.

La situazione diventa insostenibile, si parla di 5000 morti e la Lega Araba chiede un pronunciamento dell’Onu. Al Consiglio di Sicurezza viene presentata una risoluzione che censura la Siria, ma Russia e Cina pongono il veto. L’opposizione siriana grida allo scandalo dicendo che il veto equivale a una licenza di uccidere. Due giorni dopo l’Unicef denuncia la mattanza (questa è la parola più vicina alla descrizione fatta dall’Agenzia Onu) tra i bambini delle famiglie degli oppositori. Il ministro degli esteri russo arriva a Damasco, ma appena riparte ricominciano in bombardamenti a Homs.

Che cosa si gioca dietro questa vicenda? Ancora una volta, come in Libia, il mondo è tenuto in sospeso da una vicenda personale, quella di Assad e del suo clan. Se il leader libico, però, non aveva più alleati, quello siriano gode di una preziosa rendita di posizione: il suo abbattimento violento potrebbe suscitare una ingestibile reazione iraniana. Ma non c’è solo Assad in questa vicenda. Mosca vede in lui uno dei suoi migliori compratori di armi e un porto nel Mediterraneo, e tradizionalmente appoggia la Siria, e il veto nasce dal timore di creare un precedente che autorizzi l’Onu a interferire domani nelle vicende interne russe, timore condiviso dalla Cina. È forse in questa chiave che va letta la irrituale denuncia dell’Unicef che, partita da un noto diplomatico Usa, ha fatto il giro del mondo. Forse non c’è solo Assad nelle mire Usa. Accusare di tanta crudeltà il presidente siriano sulla stampa internazionale significa delegittimare i suoi amici. Significa colpire mediaticamente la Russia proprio mentre è avviato un processo elettorale durante il quale il regime e il suo demiurgo Putin sono contestati per la prima volta in piazza.

Intanto Assad perde i pezzi delle sue alleanze. Hamas stringe un accordo con Fatah e scarica la Siria, mentre il presidente della Lega Araba rilascia comunicati sempre più irritati. La corda si tende sempre di più. Senza un passo indietro del presunto uomo del dialogo le prospettive si fanno sempre più scure.

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