Nel Decanato San Siro la parrocchia, la Caritas e diversi volontari impegnati col sostegno del Comune a rendere più umana la sosta dei medioorientali fuggiti dal loro Paese e diretti verso il Nord Europa

di Filippo MAGNI

profughi siriani

Ogni settimana arrivano a Milano quasi cento profughi siriani. Un migliaio, da novembre a oggi. Trovano ad aspettarli alcuni locali messi a disposizione dal Comune di Milano e dalla Prefettura. E trovano l’umanità dei milanesi, che hanno preso a cuore questa emergenza internazionale diventata impegno locale, di quartiere.

Accade nel Decanato San Siro, dove 25 volontari affiancano la Cooperativa Farsi prossimo (Caritas), cui è stato affidato il coordinamento del progetto di accoglienza nell’ex scuola di via Fratelli Zoia. A questa si aggiungono le associazioni Albero della vita (cura l’animazione per i bambini), Medici volontari (garantiscono il presidio medico) e l’Opera San Francesco (fornisce i farmaci).

«Le famiglie di profughi sono un presepe in movimento – commenta il parroco di Sant’Elena don Carlo Luoni -. Della scena evangelica questa situazione evoca alcuni tratti di drammaticità e il pericolo incombente dell’impotenza e dell’indifferenza». I profughi, spiega, fanno solo tappa a Milano, in genere per meno di una settimana: «Sono famiglie lacerate, a volte già ricomposte, con sogni di una nuova terra e ancora molto cammino da fare verso Nord». Cercano in prima battuta un “passaggio” verso la Germania, perlopiù in auto, affidandosi (in quanto clandestini) a chi ha fatto della disperazione un affare. Questo passaggio, secondo un’indagine di Repubblica, costa intorno a 1.500 euro per gli adulti e 700 per i bambini. I siriani sono disposti a pagare caro: fuggono da un conflitto che ha causato oltre 100 mila morti (ma il 7 gennaio l’Onu ha interrotto l’aggiornamento del conto delle vittime).

La loro mèta è soprattutto la Svezia, dove le politiche di accoglienza verso i rifugiati (casa, lavoro, permesso di soggiorno) sono favorevoli. Passano per Milano, ma, aggiunge il parroco, «si fermano, almeno per un attimo e con il carico delle loro fatiche, proprio nel cuore della nostra parrocchia. E in questa sosta discreta della loro fuga lunga e precipitosa ci interpellano». L’ha scritto in una lettera distribuita al termine delle messe, anche «per evitare che nel quartiere si diffondessero paure infondate». Il testo terminava con un appello al volontariato, raccolto finora da 25 persone che gestiscono la distribuzione di generi di prima necessità, si impegnano nell’animazione, fanno ciò che serve.

Isabella Alessandrini, 55 anni, è una di loro, anche se non frequenta la parrocchia e in chiesa non entrava da tempo. «Ho saputo della richiesta di volontari e ho voluto fare la mia parte – racconta -. Sono informatica e ho elaborato una tabella per gestire i turni dei volontari, che iniziano a essere tanti». Il profilo dei profughi è abbastanza omogeneo: «Parlano poco inglese e quindi è difficile dialogare con loro (sono però presenti mediatori culturali che conoscono l’arabo, ndr), considerando anche che si fermano pochi giorni. Ma sembrano di ceto medio-alto, ben educati. Amano giocare a scacchi, è nella loro tradizione. La prima cosa che cercano è un contatto umano».

Raffaella Grando, invece, è una veterana della parrocchia, prima volontaria nel gruppo missionario e poi catechista: «Mia madre è fuggita dalla Germania nel dopoguerra e dunque mi immedesimo in queste persone in cerca di una nuova vita. Quando vedi in televisione migranti stremati in arrivo a Lampedusa, ti auguri che qualcuno possa fare qualcosa per loro e non ci pensi più tanto. Ma qui te li ritrovi davanti, nel tuo quartiere, li guardi negli occhi. E capisci che sei tu a dovertene occupare».

La maggior parte dei siriani fugge abbandonando tutto, spiega Alberto Minoia, responsabile dell’area Emergenze internazionali della Caritas Ambrosiana. Attraversano il confine giordano e da lì si spostano prima in Egitto e poi in Libia, dove tentano la traversata sui famigerati barconi. Sbarcano a Lampedusa o in Sicilia e attraversano la penisola fino a giungere a Milano. «L’Italia è lunga – constata amaramente Minoia -. Ne incontrano di persone e amministrazioni che voltano lo sguardo fingendo di non vederli…».

Al contrario il Comune di Milano, secondo Minoia, «ha avuto il merito di non infilare la testa nella sabbia, ma di tentare di affrontare la questione, pur in un quadro normativo carente». Formalmente i siriani di via Zoia sono clandestini, ma conoscendoli «sono famiglie – sottolinea -. Il Comune ha avuto il coraggio di aprire le porte di una struttura dismessa». Anche se per nulla adatta a ospitare persone. «Per questo ci siamo appellati alle parrocchie, senza voler inventare sovrastrutture nuove, ma attivando ciò che è già vivo sul territorio, il volontariato. Per rendere queste mura una casa accogliente, un luogo di umanità».

Non ci sono profughi anziani. Rimangono in patria per dare una possibilità di futuro a chi è nel pieno della vita e, forse, per custodire le loro case nella speranza di un ritorno. «Ma del conflitto in Siria non si vede la fine – conclude Minoia -. È sempre più evidente la necessità di una politica europea sul tema dei rifugiati: non si può fare affidamento alle iniziative locali o sperare che i problemi si risolvano da soli».

Volontari e profughi continuano le loro attività guardando con attesa al futuro. Anche al 22 gennaio, quando si terrà la conferenza internazionale sulla Siria denominata “Ginevra 2”. Sperando che, per usare le parole che papa Francesco ha rivolto al corpo diplomatico, «segni l’inizio del rinnovato cammino di pacificazione» con «una rinnovata volontà politica comune per porre fine al conflitto».

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