La sua stagione a capo del Ministero della Pubblica istruzione fu estremamente ricca di proposte e carica di attenzione e sensibilità educative

di Alberto CAMPOLEONI

Sergio Mattarella

L’elezione del nuovo presidente della Repubblica tocca in modo particolare il mondo della scuola perché Sergio Mattarella, nei lunghi anni della sua militanza politica, ha avuto anche l’incarico di Ministro dell’Istruzione. Proprio quando era a capo di Viale Trastevere risale l’episodio più volte citato dal premier Renzi a sostegno della sua candidatura al Quirinale: le dimissioni da Ministro «per coerenza», per protestare contro l’approvazione della legge Mammì sul riassetto del sistema radiotelevisivo, visto dalla sinistra Dc come un regalo al gruppo Fininvest di Silvio Berlusconi. Per Renzi Mattarella è «un galantuomo» che «ha saputo dimettersi per un ideale».

Era il 27 luglio 1990 e Mattarella era arrivato all’Istruzione un anno prima, con il VI Governo Andreotti, raccogliendo l’eredità di un altro democristiano eccellente, Giovanni Galloni. Un anno intenso, quello di Mattarella a Viale Trastevere. Come è capitato a molti Ministri dell’Istruzione, anche lui fu alle prese con tanti progetti di riforma della scuola, uno dei quali divenne legge proprio nel 1990 e trasformò la scuola elementare: si tratta della legge che introduceva i “moduli” (tre insegnanti che ruotano su due classi), aprendo a una suddivisione degli ambiti disciplinari fra i docenti e insieme a pratiche di condivisione e collegialità nell’insegnamento e nella gestione della classe. Sempre durante il ministero Mattarella, la scuola venne coinvolta da un’altra legge/progetto importante: quella per l’educazione alla salute. Le emergenze di allora erano quelle della droga e dell’Aids, ma anche quelle della dispersione scolastica, dell’immigrazione, dell’inquinamento. La legge e i progetti che la accompagnarono cercarono di rispondere con strategie educative, puntando sulla prevenzione, compito precipuo della scuola.

Vale la pena di ricordare questi passaggi, perché fu, quella, una stagione scolastica estremamente ricca di proposte e carica di attenzione e sensibilità educative, con al centro della riflessione il ruolo – e le modalità – della scuola nel processo complessivo di crescita delle giovani generazioni. La legge sui “moduli”, ad esempio, era il frutto di lunghi dibattiti e di confronti in sede pedagogica. Andava ad abolire un “totem” della scuola, come la figura del maestro (della maestra, perlopiù) unico, figura di riferimento quasi in continuità ininterrotta con “la mamma”, che tutto insegnava, disponeva, accudiva… La riflessione sul contributo proprio della scuola, sull’elaborazione delle conoscenze e le modalità specifiche, sull’interazione dei modelli e delle persone, sulla condivisione del compito educativo: c’erano tante cose nella legge sui “moduli”, che andò a disegnare una scuola elementare tra le più apprezzate d’Europa.

Educazione e, soprattutto, “allievo al centro” erano tra le parole d’ordine anche dei progetti sulla prevenzione, che contribuirono in quegli anni e poi in seguito a maturare atteggiamenti e stili d’insegnamento, in particolare nella scuola media e superiore, sempre più consapevolmente concentrati sullo sviluppo integrale dei ragazzi e delle ragazze tra i banchi.

Fu una grande stagione di entusiasmi e progettualità. Forse non a caso segnata da un ministro che caratterizzò il proprio operato anche con il gesto esemplare di lasciare “per un ideale”. Riflettere oggi – e l’elezione del nuovo Presidente ce ne offre l’opportunità – sulla scuola di quegli anni è un motivo in più per trovare entusiasmi e passione educativa, di cui non si è esaurito il bisogno.

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