Non c’è anno che passi senza le contestazioni studentesche e con gli slogan sempre uguali, qualsiasi governo ci sia. Questa volta, però colpisce anzitutto la facilità della degenerazione in violenza. Ma quale messaggio viene dalle ultime manifestazioni degli studenti?

di Alberto CAMPOLEONI

Per alcuni osservatori è l’inizio di un autunno caldo. Le manifestazioni degli studenti nelle piazze italiane sono arrivate all’improvviso e anche con un codazzo di scontri e violenze di cui avremmo fatto volentieri a meno. Un segnale inquietante, di un clima esasperato. Tanto più inquietante perché coinvolge proprio i giovani studenti – una piccola parte, intendiamoci – che finiscono per essere spesso “carne da macello” e parafulmine per disagi e situazioni più complesse di quelle legate al mondo scolastico.

Così anche questa volta i cortei hanno lanciato slogan contro il caro-libri, per salvare la scuola pubblica dai tagli e contro la scuola privata, ma anche contro “la casta”, contro le banche, la crisi, l’austerità. Hanno portato cartelloni con slogan sulla scuola e contro il ministro Profumo, ma hanno anche bruciato la fotografia di Monti.

Non c’è anno che passi senza le contestazioni studentesche e con gli slogan sempre uguali, qualsiasi governo ci sia. E con ragione c’è da lamentarsi di una scuola continuamente deprivata di risorse, su cui si continua a investire poco e talvolta in situazioni critiche. La piazza, poi, non è luogo di mediazioni e facilmente fa di tutte le erbe un fascio. Punta sulle magagne e non vede i passi avanti. Ma tant’è: il fenomeno è noto e, per certi versi, inevitabile. Questa volta, però colpisce anzitutto la facilità della degenerazione in violenza e poi l’oggettiva situazione di disagio crescente e complessivo nel quale le manifestazioni studentesche trovano spazio.

I giovani sono forse i più colpiti dalla crisi di sfiducia che investe il Paese, dalla mancanza di riferimenti, dal clima complessivo di corruzione e immoralità che ogni giorno rimbalza dalle cronache dei giornali, dalle immagini televisive, dalle indagini giudiziarie. Giuseppe De Rita, sul Corriere della Sera invitava a guardare alla crisi attuale e alla «cafonaggine collettiva», a quello che potrebbe apparire come una «infernale discesa verso l’inevitabile disastro antropologico», come a una crisi di crescita, un processo di assorbimento e poi espulsione di grumi che si sono raggruppati nel corso del processo sociale. La speranza è di «andare avanti», di «metabolizzare i parvenu, senza cadere nella tentazione di vedere tutto in discesa verso il baratro della beceraggine collettiva». Sarà anche. L’analisi viene da un esperto conoscitore della «chimica del corpo sociale». Tuttavia, per tornare agli studenti, è difficile che siano i più giovani a comprendere questa visione. Piuttosto a loro servono reazioni forti, esempi, parole nuove. Speranze. Un miraggio nella scena attuale. Serve lo «slancio morale» di cui ha parlato ancora Napolitano, un sussulto soprattutto della vita pubblica e della politica, la cui inadeguatezza, tra degrado e frammentazione produce smarrimento, rifiuto. Fino alla violenza. Serve uno sforzo «straordinario come ai tempi della costituente», una «ripresa di slancio ideale e di senso morale».

Qui è il nodo. E non è nuovo. C’è chi richiama da tempo in modo accalorato la necessità di un’opera educativa, che passa necessariamente da un rinnovamento della vita pubblica e della politica. In questo quadro le nuove contestazioni studentesche, l’insofferenza e la violenza di piazza – mai giustificabile, come non è giustificabile ogni violenza, compresa quella arrogante cui è sottoposta ogni giorno la cosa pubblica – sono un segnale ulteriore, una sirena d’allarme. Non si può spegnarla con la forza, ma cercando davvero di cambiare strada.

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