L’economista della Bocconi: «Ci sono alcuni imprenditori che la usano a fini di immagine e altri invece che la praticano seriamente a favore del proprio territorio»

di Annamaria BRACCINI

Severino Salvemini

La responsabilità sociale d’impresa che aumenta ogni anno e la cosiddetta finanza etica che ormai è divenuta per molti un vero e proprio slogan, a fronte di una pervasività della finanza stessa che non può non preoccupare, come più volte ha indicato anche il cardinale Scola. «Credo che il dominio della finanza speculativa e iper-capitalistica sia stata stoppata dalla crisi, che ha fatto riflettere sia gli imprenditori, sia gli economisti», spiega Severino Salvemini, ordinario di Organizzazione Aziendale presso l’Università “Bocconi”, che aggiunge: «Il tema è questo: l’ultra-liberismo, creatosi negli Stati Uniti ed emigrato poi anche in Europa, è basato sul concetto di ricompensare maggiormente gli azionisti come persone interessate dal rischio principale nel fare impresa. Tuttavia la crisi degli ultimi dieci anni ha messo in discussione il fatto che gli unici portatori di rischio siano gli azionisti e non anche i lavoratori e i fornitori, magari non garantiti da scelte di altri. Tutti ci rendiamo conto che c’è bisogno di un’impresa che sia più responsabile, ma questo al di là di ciò che si racconta o della responsabilità sociale d’impresa cosi come si intende oggi».

Per lei è in atto questo ripensamento?
Purtroppo nessuno ha ancora formulato una teoria post-capitalistica. L’impresa, a questo punto, ha bisogno di ricompensare alcuni portatori d’interesse che non sono più necessariamente solo gli azionisti. Ormai sono molti i partecipanti all’impresa e tutti devono essere tenuti in maggiore considerazione. Questa è la vera responsabilità.

Tuttavia i dati per il 2015 del Ministero dello Sviluppo economico fanno impressione: l’80% delle aziende italiane dichiara d’impegnarsi nella responsabilità sociale per una cifra complessiva coperta pari a un miliardo e 122 milioni di euro. Un record assoluto…
Sono dati che personalmente non mi impressionano perché dietro al termine “responsabilità sociale dell’impresa” c’è di tutto e qualcuno la considera addirittura una moda. Bisogna vedere se, nei fatti, l’impostazione del governo d’impresa è in questo momento orientato al sociale oppure no. In ogni caso, si può dire che in Italia questo trend è radicato molto più nei territori che nelle grandi città. Infatti nei primi l’imprenditore è sempre una persona che tende a destinare dividendi al sociale, appunto perché è attento all’abitare quello stesso territorio. Le grandi imprese, essendo più globalizzate, si sentono meno condizionate dalla presenza locale.

Insomma, bisogna stare attenti…
Direi che le realtà sono tante: ci sono coloro che hanno scoperto la responsabilità sociale e la usano a favore della loro personale reputazione e imprenditori che invece, non avendo mai cavalcato la finanza d’assalto, sanno benissimo che la responsabilità vera è tornare a sostenere la propria terra, le persone che vi lavorano, le scuole, l’interesse comune. Questo tipo di sensibilità, secondo me, è aumentata. Forse, l’unica cosa buona venuta dalla crisi.

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