La psicologa clinica Paola Soncini rileva: «È un tema che richiama poco interesse», malgrado l’ultimo Rapporto Caritas sulla povertà evidenzi che «non è solo un problema sanitario». Che cosa fare allora? «Relazionarsi con chi ne soffre, aiutarlo a riflettere, affiancarlo nelle sue incombenze. Ma con la dovuta formazione»

di Stefania CECCHETTI

disagio-mentale

Il 10 ottobre è la Giornata mondiale per la salute mentale. E per fortuna, perché «è un tema sotto soglia. C’è poco interesse verso la salute mentale, almeno finché non succede qualche fatto di cronaca clamoroso o non si ammala qualcuno che conosciamo». A parlare è Paola Soncini, psicologa clinica, referente dell’Area salute mentale di Caritas ambrosiana.

Nell’ultimo Rapporto sulla povertà in Diocesi curato da Caritas ambrosiana è emerso che il 9% delle persone che si rivolgono a un Centro di ascolto/servizio Caritas soffre di un disagio mentale, di varia entità. Spiega Soncini: «Nel compilare il Rapporto quest’anno, per la prima volta, abbiamo avuto a disposizione non solo i dati espressi dagli utenti su richiesta, ma anche le note dei volontari. Stando ai dati espressi, le persone che avevano un problema legato a malattie neuro-psichiatriche sono state l’1% di tutti gli utenti, quelle con un disagio psicologico lo 0,8% e quelle con bisogni legati a interventi di prestazioni psico-sociali (per esempio presso i Centri psico-sociali) l’1,6%. Parliamo quindi di un 3,5% di persone che si sono rivolte ai nostri servizi a motivo del proprio disagio mentale. Ascoltando la persona, tuttavia, i nostri volontari hanno rilevato che circa un altro 6% aveva un bisogno psicologico, che però non era il motivo dell’accesso al servizio Caritas. Questo per dire che nella società c’è un bisogno sommerso, che fatica a emergere».

Il dato è confermato dal Rapporto Sism (Sistema informativo per la salute mentale), secondo cui nel 2017 gli utenti psichiatrici assistiti nei diversi servizi specialistici in Italia sono stati 851.189. «Dunque l’1,4% della popolazione residente in Italia, in linea con le richieste esplicite giunte ai nostri Centri Caritas, possiamo quindi immaginare che il bisogno sommerso sia una realtà inequivocabile», sottolinea Soncini.

Perché c’è un disagio mentale che fatica a emergere? «I motivi sono diversi – risponde la psicologa -. A volte non si chiede aiuto perché manca la consapevolezza della malattia; a volte non si sa a chi rivolgersi, ignorando che ci sono servizi specialistici, per esempio i Cps. Ma c’è anche il fatto che quando la persona è in emergenza, perché non ha lavoro e ha esigenze primarie da soddisfare, a farsi curare non ci pensa proprio. Succede infatti puntualmente che nei Centri di ascolto arrivino persone con problemi economici, che però spesso hanno anche un disagio mentale, di cui l’operatore si accorge senza a volte saperlo qualificare e quantificare. A quel punto si rivolge all’Area salute mentale per avere un aiuto e offrire un sostegno più mirato». «È importante però precisare una cosa – ci tiene ad aggiungere Soncini -. Noi non prendiamo in cura le persone, ma le accompagniamo ai servizi. I nostri volontari conoscono bene i Cps e gli altri servizi del territorio, che fanno parte della rete dei loro contatti».

C’è un’altra sottolineatura importante, secondo Soncini: «La carenza di salute mentale non è solo un problema sanitario, altrimenti riguarderebbe solo gli operatori specializzati. Spesso chi soffre di disturbi ha problemi a livello sociale e fa fatica a trovare e a mantenere un lavoro. Quindi finisce per scivolare in una situazione di povertà. Per questo credo che la comunità cristiana, e in generale la società, abbiano voce in capitolo quando si parla di salute mentale, non è un ambito solo per addetti ai lavori».

Ecco quello che tutti, dall’operatore pastorale al vicino di casa, possiamo fare, secondo la responsabile Caritas: «La prima cosa è offrire una relazione personale abbastanza stabile, dato che chi soffre un disagio spesso fatica a mantenere contatti duraturi e finisce per isolarsi/essere isolato. Possiamo anche aiutarli a riflettere sulle proprie decisioni per evitare il pericolo, spesso presente in queste persone, che agiscano di impulso pur di uscire dalla situazione emergenziale che stanno vivendo. È poi utile un affiancamento nelle incombenze della vita quotidiana, che può essere l’accompagnamento ai servizi per la salute mentale, ma anche aiutarli a fare la spesa o a capire come amministrare le poche entrate per poter pagare le bollette. O anche semplicemente sollevarli da qualche incarico, per esempio offrendosi di accompagnare i figli a scuola».

È importante, comunque, non improvvisarsi in questa relazione di aiuto che, per quanto semplice, può risultare faticosa da gestire nel tempo: «Il cittadino che vuole prendersi l’onere di aiutare un vicino di casa, e a maggior ragione il volontario Caritas, dovrebbe formarsi e appoggiarsi a una realtà che lo sostenga. A questo scopo ci sono una tantissime associazioni che operano nel settore e possono fornire qualche dritta».

Una di queste è senza dubbio la stessa Caritas, che offre continue occasioni di riflessione e formazione. Per esempio è in partenza a fine ottobre un corso su tre date (24 ottobre, 14 e 21 novembre), che si svolgerà dalle 18 alle 20 nella sede di via San Bernardino 4 a Milano, principalmente rivolto ai volontari che desiderano promuovere la salute mentale.

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