La crisi di questi anni ha terrorizzato gli italiani, la maggior parte dei quali è nata e vissuta in tempi di continuo sviluppo economico

di Nicola SALVAGNIN

soldi

Lo scorso 31 ottobre c’è stata la ricorrente “Giornata del risparmio”. Chi ha ormai qualche anno dietro alle spalle, ricorderà l’importanza che si dava in ambito scolastico a questo tema: si voleva far capire alle giovani generazioni quanto fosse preziosa questa virtù, tutelata addirittura da un articolo della Costituzione («La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme…»). Alcune banche regalavano chi un libretto di risparmio, chi un salvadanaio – solitamente in acciaio, con la chiavetta che lo rendeva prezioso e importante agli occhi dei bimbi -; i nonni allungavano una mancia in occasione degli eventi più importanti: dal compleanno in giù. Ora la mancia non si usa più: i (pochi) bambini di oggi sono sommersi di oggetti a prescindere dal desiderio per gli stessi.

Insomma, il risparmio era una cosa importante, che faceva degli italiani le formichine del mondo occidentale: la più alta percentuale di reddito risparmiato era proprio la nostra. Ciò ci ha consentito di acquistare casa, di progredire enormemente nel benessere sociale, di crearci un “materasso” che ci protegga in caso di “cadute”.

I tempi sono cambiati, ma la mentalità in fondo è rimasta la stessa. Lo testimoniano le centinaia di miliardi di euro detenuti dalle famiglie italiane come fieno in cascina, per stare tranquilli o affrontare i momenti cupi. Ma il risparmio è stato anche la benzina degli investimenti: dalla casa, appunto, all’avvio di una nuova attività imprenditoriale. Tra l’altro le banche elargivano anche in funzione di quanto si potesse garantire con i mezzi propri.

Oggi, sta venendo meno proprio questa duplice funzione. Il risparmio ha assunto solo la funzione di polizza salva-vita, nel migliore dei casi di rendita da ricavare dal suo utilizzo, per integrare redditi magri o pensioni modeste. Ma questo congelamento dei risparmi ha portato a bloccare gli ingranaggi degli investimenti: l’Italia è uno dei Paesi occidentali dove si investe di meno, dove quindi si crede meno nella costruzione di un futuro. Basterebbe il dato demografico, per confermare questa situazione…

Ciò per due ragioni: la crisi di questi anni ha terrorizzato gli italiani, la maggior parte dei quali è nata e vissuta in tempi di continuo sviluppo economico, di crescente benessere. Impoverirsi spaventa terribilmente anche perché non si vede come poter reagire.

A livello economico, invece, il motore degli investimenti è o dovrebbe essere la Borsa. Lo è in tutte le grandi economie mondiali, salvo qui per svariate ragioni: l’enorme attrazione esercitata dai Titoli di Stato, sicuri e finora redditizi; le piccole dimensioni della Borsa milanese; il preponderante ruolo esercitato dalle banche quali finanziatrici di attività economiche (così non è nel resto del mondo occidentale, come hanno evidenziato i recenti stress test della Bce). E altro ancora.

Una scuola di pensiero, anche politica, sostiene che questi risparmi dovrebbero convertirsi in maggiori consumi, per riattivare il circuito economico. Giusto, ma non si vedono in giro beni così rivoluzionari da spingere le masse a mettere le mani nel portafoglio. Qualcosa da fare, invece, c’è sicuramente nel campo degli investimenti, soprattutto quelli pubblici. Un grande piano di incremento e rinnovo delle infrastrutture troverebbe immediatamente capitali, il plauso dell’Europa e sarebbe un volàno eccezionale per rilanciare la nostra economia nel medio-lungo periodo.

Il grande problema, come si sa, è che questo gigantesco “piano Marshall” nostrano non può essere gestito dagli italiani, per motivi che è assolutamente inutile spiegare o ripetere. Non vergogniamoci di trovare una balia esterna che ci aiuti e ci indirizzi: è qui la chiave per uscire da questa infinita crisi.

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