Legislazione, servizi all’impiego, carico fiscale: tre ingredienti per l’occupazione. Ne parla l'economista Carlo Dell’Aringa

a cura di Costantino COROS

Carlo Dell'Aringa

L’economista Carlo Dell’Aringa, docente all’Università Cattolica di Milano e presidente di “Ref ricerche” (ricerche per l’economica e la finanza), parla della riforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali in Italia con uno sguardo all’Europa.

Quali dovrebbero essere le linee portanti per una riforma del mercato del lavoro in grado di fronteggiare i cambiamenti imposti dalla crisi e garantire l’occupazione?
Bisogna intervenire in tre ambiti: quello della regolazione e della legislazione; quello dei servizi, cioè dell’assistenza ai giovani affinché possano essere occupabili e quello più macro economico, che dipende da condizioni europee, ma che noi potremmo forse stimolare attraverso un minor peso del carico fiscale sul lavoro. Per quanto riguarda quello della legislazione si è arrivati, finalmente, ad una disciplina certa dell’apprendistato che, secondo me, rimane il migliore contratto d’ingresso per i giovani. Sul secondo punto, quello dell’assistenza per l’occupazione, bisogna combattere i contratti fasulli, come le finte collaborazioni, le false partite Iva o i falsi stage, perché il vero precariato è annidato lì. La vera flessibilità in entrata si deve basare su contratti regolari, dove si riconoscono al lavoratore il salario effettivo e i versamenti dei contributi.

Qual è il nodo critico?
A fronte di una produttività che non aumenta, il nostro sistema produttivo, invece di reagire in modo da farla crescere, ha reagito cercando di pagare il lavoro meno di quanto previsto dai contratti flessibili. Al contrario, bisogna far salire la produttività e far sì che il costo del lavoro si adegui a essa. Ma la produttività non dipende solo dalle imprese, che sono pigre nella ricerca dell’innovazione, la produttività è di sistema. Le imprese soffrono perché la pubblica amministrazione è poco efficiente e non paga, perché il credito non c’è e costa tanto, non ci sono le infrastrutture, la burocrazia è lenta, allora è tutto il sistema che è poco produttivo, queste però sono cose che non si risolvono in poco tempo.

Quanto la questione dell’innalzamento dell’età dall’uscita dal lavoro peserà sull’intero sistema?
L’aumento dell’età pensionabile ha avuto una ricaduta positiva nell’aver messo i conti sotto controllo, però sul mercato del lavoro per un po’ di tempo ci saranno effetti negativi perché tutti i lavoratori anziani che vedono spostarsi in avanti l’età della pensione dovranno fare in modo che le imprese li tengano, ci sarà quindi una difficoltà nel fare ricambio generazionale. Avremo anche casi di persone anziane che non avranno né il lavoro né la pensione. Qui dovremmo mettere in campo politiche attive adatte a far fronte al problema, come per esempio contratti che incentivino le imprese ad assumere chi è uscito dal mercato del lavoro. Poi c’è tutto il capitolo degli esuberi e dei possibili licenziamenti per i quali devono valere ancora le regole, se pur imperfette, degli attuali ammortizzatori sociali, anche quelli in deroga. In questa fase della crisi occorre quindi trovare le risorse per continuare a fare gli interventi attuati nel 2008 e nel 2009. È un welfare d’emergenza quello che in questo momento si deve fare.

In tutto questo come possono essere riformati i servizi di welfare per bilanciare un mercato del lavoro che si annuncia più flessibile?
Penso che in questo momento si debbano fare un po’ più di politiche d’attivazione, cioè impedire che dopo due o tre anni che si utilizza la cassa integrazione o la mobilità, le situazioni s’incancreniscano; si deve evitare di far uscire le persone dal mercato del lavoro, magari pensando a forme di aiuto attraverso iniziative di carattere bilaterale come accade nel Nord Europa. Nulla vieta però che si possano ristrutturare gli ammortizzatori e che si possa parlare di salari e di reddito minimo garantito, ma è una riforma che non potrà essere realizzata nel breve termine sia per l’emergenza che c’è sia per mancanza di risorse.

Qual è la situazione del lavoro negli altri Paesi d’Europa?
Nel resto d’Europa di fronte alla crisi dell’occupazione le migliori pratiche adottate sono quelle che riguardano i contratti per i giovani, in quanto tutti soffrono di disoccupazione giovanile. L’istituto che sembra essere privilegiato è l’apprendistato perché è quello che combina un po’ di formazione con un incentivo alle imprese all’assunzione e può essere considerato una tappa intermedia verso il lavoro permanente. Infatti, i Paesi dove i tassi di disoccupazione giovanile sono più bassi sono proprio quelli dove questo istituto contrattuale funziona meglio, come in Germania, Austria e Olanda. Qui la disoccupazione giovanile è più bassa, inferiore anche rispetto ai Paesi nordici e alla tanto decantata Danimarca. Queste situazioni mi fanno venire in mente che anche noi, che abbiamo tardato tanto a definire con chiarezza tutta la normativa sull’apprendistato, non dovremo avere più ritardi a metterlo a disposizione delle aziende, magari incentivandole ulteriormente.

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