Cosa fare per rimettere in moto l’edilizia pubblica e privata

di Nicola SALVAGNIN

case

Non è un caso che si parli, in ambienti governativi, della volontà di abbassare le tasse sugli immobili: perché c’è un intero settore dell’economia italiana – il mattone appunto – che appare in coma profondo. E se non riparte l’edilizia, non si muove neppure la nostra economia.

Anche nelle nazioni hi tech come gli Usa o il Giappone, il mattone è il numero uno quanto a produzione di pil. Perché non si tratta solo di calce, mattoni e cemento, ma anche di piastrelle e legno, arredamento, sanitari, impianti elettrici e idraulici, vernici, coperture, recinzioni, agenzie immobiliari, assicurazioni, outdoor… e la tantissima occupazione che sta dietro a tutti questi settori. In Italia gli ultimi anni sono stati da incubo.

Si calcola che un terzo delle imprese edili siano sparite, soprattutto le più grandi, quelle che movimentano più delle altre l’indotto: non si fanno più lottizzazioni abitative, i capannoni sono fermi, le grandi opere pubbliche al palo. È qui che c’è stata la maggior emorragia di posti di lavoro. La crisi ha fermato le nuove iniziative, ha fatto collassare le compravendite, ha congelato investimenti, ha inciso profondamente sull’indotto. Pure un colosso dell’arredamento low cost come Ikea in Italia sta chiudendo i conti in rosso, dopo un’espansione che sembrava inarrestabile.

Ad aggiungere zavorra ci si è messo un sistema bancario che non ha più finanziato nulla, dalle imprese ai mutui immobiliari; ed è a sua volta zavorrato dai tanti immobili “ereditati” da fallimenti e mancati pagamenti. Infine le tasse: l’inasprimento fiscale degli ultimi anni è stato pesante, ma soprattutto s’è fatta tanta confusione dopo la soppressione dell’Ici, un’imposta chiara che è stata sostituita da più imposte con aliquote diverse, tante scadenze di pagamento, tanti trattamenti differenziati…

Insomma, s’è fatto di tutto per affossare il mattone. L’Italia ne ha fin troppo, di edificato. Ma ha anche un urgente bisogno di riqualificarlo, di migliorarlo. Le periferie di molte città fanno pena, l’edilizia degli anni Sessanta-Settanta è stata miserrima, la quasi totalità degli edifici esistenti non risponde a requisiti sismici e ha sprechi energetici insostenibili.

È in questa direzione che si può muovere qualcosa, in parallelo con una ripresa dei lavori pubblici che oggidì sono arrivati all’anno zero: si pensi solo all’edilizia scolastica, con istituti che nella maggior parte dei casi non vanno bene. Si tratta quindi soprattutto di migliorare, ma anzitutto di riattivare. E lo si può fare se sussistono le condizioni affinché ciò accada.

Le banche hanno ricominciato ad erogare mutui; i tassi d’interesse sono ai minimi storici; c’è molta liquidità in giro che potrebbe tornare verso l’edilizia; sta ricrescendo la fiducia e con essa la voglia di spendere, di investire. Un tassello importante potrebbe essere appunto la questione fiscale: quella italiana sugli immobili è da record nell’Ue, da situazione eccezionale ma alla lunga insostenibile.

Ben venga dunque un’intelligente rimodulazione della fiscalità sugli immobili, con meno pressione sulle prime case e sugli impianti produttivi e con una semplificazione che in fondo non costa nulla. Anche per rompere il circuito che vede lo Stato tartassare le case e i capannoni, e poi spendere per sostenere settori come l’arredamento, le riqualificazioni energetiche, gli investimenti industriali, ecc… tramite detrazioni fiscali o contributi diretti. Più che “si può dare di più”, si può fare meglio.

 

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