Per uscire da un tunnel che sembra infinito

di Nicola SALVAGNIN

Euro

A metà 2010 fu chiesto a un congruo numero di imprenditori del Nordest quando – secondo loro – saremmo usciti dalla crisi economica. Dissero: tra un anno e mezzo (cioè oggi). Un anno dopo, la stessa domanda con la stessa risposta: almeno tra un anno e mezzo. In altre parole, chi fa impresa non vede la fine del tunnel.

Ma queste sono impressioni, seppur di un panel formato dalla parte più dinamica e innovativa dell’imprenditoria italiana. Sono i numeri a sconfortare. Quegli stessi imprenditori confermano che negli ultimi tre mesi sono calate le vendite all’estero: erano un toccasana, visto che il mercato nazionale è immobile. Peggio ancora: il portafoglio ordini, che per essere “sano” dovrebbe comprendere tre-sei mesi di lavoro da smaltire, oggi sta in media sul mese. C’è sicurezza di lavorare per i prossimi trenta giorni, e basta. In queste condizioni è praticamente impossibile pensare sia a nuovi investimenti, sia ad assunzioni.

Quindi la ripresa dalla crisi del 2008-2009, se mai c’è stata, è già finita. L’ha dichiarato la Banca d’Italia, l’ha confermato l’Fmi, insomma non c’è ufficio studi che dica il contrario. Nel 2012 l’economia arretrerà. Di quanto, non si sa. Il Pil dovrebbe scendere dello 0,5%, ma la recente manovra “salva-Italia” del Governo Monti – fatta per l’85% di maggiori entrate e quindi di tasse  aggraverà l’effetto recessivo di almeno il doppio. Purtroppo, i tagli alla spesa pubblica non si riesce a farli. La particolarità di un Governo tecnico è quello di non essere composto da politici; il suo limite, appunto quello di non esprimere politica. Quindi scelte.

Non si riesce a tagliare (costi della politica, degli enti pubblici territoriali), non si riesce a liberalizzare (farmacie, taxi, edicole, libere professioni…), non si hanno soldi per incentivare lo sviluppo economico. Il mancato taglio delle spese fa sì che queste ci saranno tutte e quante nel 2012, con meno risorse per pagarle. E il costo del nostro debito pubblico è in netta crescita: gli interessi dreneranno risorse aggiuntive. Si profila quindi una serie di rischi: di dover fare un’altra manovra tale e quale questa in via di approvazione dal Parlamento, tra pochi mesi; in generale di finire in una spirale perversa di minore occupazione, minori consumi, minori entrate per lo Stato, minore produzione; quindi minore occupazione… C’è però un bel vantaggio, nell’avere un Governo tecnico. Quello di poter contare su persone competenti, che conoscono perfettamente la situazione. E Mario Monti conosce perfettamente la situazione.

È irreversibile, la deriva? Certamente qualcosa si può fare. Si possono produrre ricchezza e lavoro sbloccando alcuni grandi lavori pubblici, e favorendo la dinamicità delle aziende nostrane alle prese con i mercati mondiali. Le esportazioni ci consentono di “importare” ricchezza: il sistema-Italia va messo nelle condizioni di essere più dinamico e competitivo.

Lo Stato può dimagrire senza fare macelleria sociale, e senza rinunciare a presidiare aziende ricche e strategiche quali Eni, Enel, Finmeccanica. Può vendere aziende o rami d’azienda (Poste, Ferrovie, Rai…); beni immobili (si pensi alle grandi aree urbane a vincolo militare) o d’altro tipo (frequenze, licenze). Può incassare alienando un patrimonio che, dicono gli esperti, gli rende oggi molto meno dell’1% annuo. Potrà liberalizzare servizi e professioni con più calma, più ponderazione, più efficacia. Potrà soprattutto incidere su una giustizia civile che è forse l’ostacolo più grande per le imprese, soprattutto quelle straniere che dobbiamo stimolare a venire qui a portare stabilimenti e occupazione (se le spaventiamo un po’ meno di ora).

Monti può sedare la speculazione internazionale e riportare fiducia nel sistema-Italia, con il conseguente miglioramento dei tassi dei nostri Bot e Btp. Può andare in Europa (a marzo) a chiedere alla Germania di voltare finalmente le carte: o aderisce a un sistema di eurobond in cui si accolla in parte il debito pubblico dei Paesi dell’eurozona; o acconsente alla Bce di diventare lei la guida dell’economia europea; o dica il suo definitivo nein, spazzando via in un amen l’Unione europea e, di seguito, l’euro così come lo conosciamo. Meglio toccare il fondo (per tentare di risalire) che sprofondare inesorabilmente.

Il capitale più grande da ricostruire insomma è quello della fiducia: del mondo verso la nostra Italia; degli italiani verso le proprie istituzioni; delle persone verso il proprio futuro. Ci si può lavorare. Conosciamo la malattia, e pure le cure. Spetta (anche) a noi di provare ad uscire fuori da un tunnel che sembra infinito.

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