In Italia, pur nella crisi, c’è una diffusa volontà di costruire futuro

Rapporto Censis

Smetterla di piangersi addosso e «riscoprire la stima che tanti di noi hanno verso il proprio Paese e i luoghi in cui vivono», rendendo visibile «quell’orgoglio dell’essere italiani» e per «la bellezza di ciò che abbiamo». Edoardo Patriarca, segretario del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali dei cattolici italiani, commenta il Rapporto Censis presentato il 2 dicembre a Roma sulla situazione sociale del Paese invitando a «raccontare un po’ di più» quel Paese che sembra sfuggire alle grandi statistiche, «fatto di persone, comunità e famiglie che ancora investono, soprattutto in ambito locale, nei territori nei quali vivono».

Per Patriarca «i dati raccolgono una percezione di stanchezza, sfilacciamento, paura di non farcela che effettivamente è diffusa», ma «siamo di fronte a una svolta e quel senso di comunità in grado di superare ogni avversità non è più così scontato». «Però – evidenzia – c’è anche tutto un altro Paese, fatto di persone, comunità e famiglie che ancora investono», ed «è lì che si gioca la novità», con «esperienze d’imprenditoria profit e non profit legate al territorio». Oggi «dobbiamo e vogliamo tornare a investire, a mettere in gioco le risorse. Attenzione, perciò, a letture rigorose dei problemi del Paese, che però non vedono la reazione che pure c’è. Il problema, semmai, è raccontare tutte queste esperienze, metterle in rete per dar vita a un’ondata di speranza e di positività, di cui abbiamo estremo bisogno». Circa la «responsabilità collettiva pronta a entrare in gioco» cui fa riferimento il Censis, Patriarca nota una diffusa «volontà di riprendere in mano il governo del territorio, le politiche a livello locale, non per egemonia, ma per essere protagonisti – conclude – del proprio futuro».

Alcuni dati del Rapporto

Dal 45° Rapporto Censis emerge che «la società è fragile, isolata e eterodiretta», ma «il passo lento del nostro sviluppo segue una solida traccia: valore dell’economia reale, lunga durata, articolazione socio-economica interna, relazionalità, rappresentanza». Lo studio evidenzia come nel «picco della crisi 2008-2009 avevamo dimostrato una tenuta superiore a tutti gli altri, guadagnandoci una buona reputazione internazionale»; tuttavia, «ora siamo fragili a causa di una crisi che viene dal non governo della finanza globalizzata e che si esprime sul piano interno con un sentimento di stanchezza collettiva e di inerte fatalismo rispetto al problema del debito pubblico. Siamo isolati, perché restiamo fuori dai grandi processi internazionali. E siamo eterodiretti, vista la propensione degli uffici europei a dettarci l’agenda. I nostri antichi punti di forza non riescono più a funzionare».

Il Rapporto mostra come negli italiani, «in tempi difficili come quelli attuali, c’è una responsabilità collettiva pronta a entrare in gioco che, come spesso è accaduto nei passaggi chiave della storia nazionale, può essere decisiva nel fronteggiare le difficoltà». Il 57,3% dei cittadini è disponibile a sacrificare il proprio tornaconto personale per l’interesse generale del Paese (anche se, di questi, il 45,7% limita la propria disponibilità ai soli casi eccezionali).

Identità italiana

L’identità italiana è per sua natura «molteplice», ma ancora oggi «i pilastri del nostro stare insieme fanno perno sul senso della famiglia, indicata dal 65,4% come elemento che accomuna gli italiani. Seguono il gusto per la qualità della vita (25%), la tradizione religiosa (21,5%), l’amore per il bello (20%)». Tuttavia, per avere un’Italia più forte le idee di cosa andrebbe messo al centro dell’attenzione sono abbastanza chiare: «Per più del 50% la riduzione delle diseguaglianze economiche. Moralità e onestà (55,5%) e rispetto per gli altri (53,5%) sono i valori guida indicati dalla maggioranza degli italiani. Ed emerge la stanchezza per le tante furbizie e violazioni delle regole. L’81% condanna duramente l’evasione fiscale: il 43% la reputa moralmente inaccettabile perché le tasse vanno pagate tutte e per intero, per il 38% chi non le paga arreca un danno ai cittadini onesti». Stando al Rapporto, «la reputazione del nostro Paese all’estero è meglio dell’autostima italiana: siamo uno dei Paesi al mondo dove è più forte lo scarto tra quello che all’estero si pensa di noi e la reputazione che noi stessi attribuiamo all’Italia».

Nuovi media e accesso a internet

Per quanto riguarda la relazione degli italiani con i nuovi media, secondo il Censis, la televisione «resta sempre il mezzo più diffuso nel panorama mediatico italiano: il 97,4% della popolazione la utilizza». Anche nel mondo dell’informazione la «centralità dei telegiornali è ancora fuori discussione, visto che l’80,9% degli italiani li utilizza come fonte principale. Tra i giovani, però, il dato scende al 69,2%, avvicinandosi molto al 65,7% riferito ai motori di ricerca su Internet e al 61,5% di Facebook. Per la popolazione complessiva, al secondo posto si collocano i giornali radio (56,4%), poi la carta stampata con i quotidiani (47,7%) e i periodici (46,5%). Dopo ci sono il televideo (45%), i motori di ricerca come Google (41,4%), i siti web d’informazione (29,5%), Facebook (26,8%), i quotidiani on line (21,8%)».

Circa l’accesso a Internet, l’Italia – viene registrato nel Rapporto – «continua a rimanere indietro rispetto a molti Paesi dell’Unione europea, sia per quel che riguarda la diffusione dell’accesso a Internet, sia per la qualità della connessione. Il nostro Paese si colloca al ventunesimo posto in entrambi i casi».

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