Anche quando sbagliano, ricevono liquidazioni multi-milionarie. E intanto i lavoratori pagano...

di Nicola SALVAGNIN

Professionisti

Basta che non sia chi sta in basso, a pagare gli errori di chi sta in alto. Stiamo parlando di economia (nella politica succede abbastanza spesso), e l’invocazione prende spunto da alcuni recenti casi di cronaca, che portano alla ribalta un malcostume assai frequente: quando il management o la proprietà sbaglia (o peggio), il conto lo pagano i dipendenti, il personale, insomma chi non c’entra niente con l’errore in questione. Con un’ulteriore postilla che rende ancor più amara la questione: i capi che se ne vanno, quasi sempre vengono ricoperti d’oro. Chi invece perde il lavoro (“bisogna abbattere i costi, contenere le perdite!”), finisce spesso sul lastrico.

Il caso Volkswagen insegna: il gran capo Wintercorn ha fatto da agnello sacrificale dimettendosi (è ovvio che non sapeva solo lui, è altrettanto ovvio che le colpe sono molto più estese). Per carità: figuraccia mondiale, ma a lenire le ferite dell’orgoglio personale ci penseranno alcune decine di milioni di euro di liquidazione.

Solo che il pasticciaccio brutto delle emissioni inquinanti alterate ha generato uno tsunami che si è abbattuto sul più grande gruppo automobilistico mondiale, che paga lo stipendio a più di mezzo milione di persone. Se consideriamo poi l’indotto, la questione si fa molto più ampia. Ebbene: basta che le perdite in Borsa, l’affossamento della reputazione, il prevedibile calo delle vendite, le multe multimiliardarie non finiscano per pagarle operai e impiegati. A Verona la più grande azienda locale per fatturato è Volkswagen Italia Group, 900 persone che ora tremano. Fino a ieri un’azienda modello sia per giro d’affari che per relazioni industriali interne. Domani?

Altro esempio che già ora grida vendetta: la Banca Popolare di Vicenza, istituto glorioso e fino a poco tempo fa apparentemente sano, che si è scoperto recentemente essere stato guidato in modo malsano. I manager sono stati cacciati, anche loro con abbondanti liquidazioni. Il presidente sta passando un brutto momento, ma essendo uno dei più grandi imprenditori italiani, si ha la certezza che non gli mancherà il companatico. La banca, ora, comunica che ci saranno oltre 500 “esuberi”, un arrivederci e grazie a centinaia di dipendenti (con il corollario della chiusura di moltissime filiali) che ha un sapore amarissimo.

Ma che colpa hanno loro?, per parafrasare un vecchio motivetto che torna ciclicamente in auge. Quella di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato, quando cioè si paga lo scotto delle scorribande decise da chi doveva invece gestire l’azienda con accortezza, onestà e capacità. E fa ancora più rabbia il fatto che certe persone e anche certe decisioni non arrivano dal nulla e nel nulla si sono mosse, ma quantomeno sono state scelte da consigli di amministrazione che hanno seguito passo passo le strategie, che magari hanno approvato le stesse quando promettevano lauti guadagni seppur con rischi eccessivi, seppur con profili di ordine penale. Con collegi di revisori dei conti più attenti alla propria, abbondante remunerazione che a dire quanto e come il re fosse nudo. Cioè a fare il loro lavoro.

Già abbiamo visto in passato altri esempi simili, assai frequenti nel mondo finanziario dove il denaro prevale su tutto. Abbiamo visto la più antica banca italiana (Montepaschi) quasi crollare; o, nel campo assicurativo, la Sai messa in ginocchio e spogliata dalla stessa proprietà.

Questo è il tavolo da gioco di un certo capitalismo, dove vince anche chi perde, e perde chi manco si era avvicinato al tavolo. Cambiamo le regole, almeno qui.

 

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