Ci può essere una sentenza attendibile 38 anni dopo la strage? La riflessione del giurista Francesco D’Agostino

a cura di Francesco ROSSI

Piazza della Loggia

Nessun colpevole. A 38 anni dalla bomba di piazza della Loggia, a Brescia, che provocò 8 morti e oltre un centinaio di feriti, la Corte d’assise d’appello di Brescia ha assolto i 4 imputati – Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi, Maurizio Tramonte e Francesco Delfino – confermando la sentenza di primo grado del 2010 (dalla quale uscì assolto pure Pino Rauti, verso il quale la Procura non ha presentato appello e il ricorso di una delle parti civili è stato respinto). «Abbiamo fatto tutto il possibile, ormai è una vicenda che va affidata alla storia ancor più che alla giustizia», il commento del procuratore generale Roberto Di Martino e del suo sostituto Francesco Piantoni: i due avevano chiesto la condanna all’ergastolo per gli imputati. All’indomani della sentenza il giurista Francesco D’Agostino riflette sulla vicenda.

Da tecnico del diritto, qual è la sua reazione rispetto alla sentenza?
Premetto che potrei sembrare astratto o addirittura irritante per chi giurista non è. Il fatto è che il diritto o agisce con prontezza e rapidità, o altrimenti è meglio chiudere con la prescrizione vicende così complesse, che nessun tribunale è in grado di risolvere. Arrivare a sentenza 38 anni dopo il fatto è giuridicamente una follia.

Non gode di buona fama la prescrizione…
In realtà l’istituto della prescrizione, che al non giurista appare come la negazione della giustizia, è il riconoscimento del limite strutturale del diritto, che non può lavorare su tempi troppo lunghi. Capisco le reazioni emotive rispetto alla sentenza, come pure quelle che si hanno quando un processo si chiude con la prescrizione, ma bisogna accettare l’idea che quel poco che il diritto può fare in ordine all’accertamento della verità lo può fare solo se agisce in breve tempo. Quando si chiede invece di lavorare su tempi così lunghi si perde ogni certezza di giustizia o addirittura, come in questo caso, si arriva a un nulla di fatto. In Italia, invece, siamo purtroppo abituati a una lentezza cronica della magistratura, sia civile sia penale.

C’è chi dice che questo “non risultato” è la dimostrazione che ci sono stati depistaggi. È così?
Giuridicamente è irrilevante: in ogni dialettica processuale vi è il rischio di un depistaggio. Quante volte l’imputato o il convenuto cercano di difendersi depistando il giudice o alterando – a volte pure in modo fraudolento – le dinamiche processuali. Ammesso e non concesso che vi siano stati depistaggi in questa vicenda, sono assimilabili a quelli che si possono verificare in ogni processo. Semmai, dobbiamo lamentarci del fatto che il nostro sistema processuale è fragile e andrebbe radicalmente riformato. Abbiamo una pessima procedura, sia civile sia penale, e di questo dobbiamo prendere consapevolezza.

Come ha detto il procuratore generale, ora è solo la storia che può dare un giudizio…
Il commento è condivisibile, ma non va riferito solo a questo processo. Vale, purtroppo, per la stragrande maggioranza dei processi che durano anni o decenni, anche se non giungono all’attenzione dell’opinione pubblica. Da questa vicenda dovremmo trarre un forte incentivo per ripensare radicalmente il nostro sistema processuale, partendo dal principio che la velocità del sistema non è una questione tecnica, di efficienza, ma è un fatto di giustizia, di tutela dei diritti dei cittadini.

Alla fine le parti civili sono state chiamate a pagare le spese processuali. Non è paradossale?
Le parti civili, mi chiedo, saranno state consigliate bene dai loro legali a intervenire in una dinamica processuale così complessa e con così basse speranze di successo? Evidentemente i magistrati hanno ritenuto che il loro intervento non fosse giustificabile, e quindi hanno scaricato su di loro gli oneri finanziati dell’operazione. Costituirsi parte civile implica dei rischi. Prima di pensare che la condanna delle parti civili sia una beffa o uno schiaffo morale, chiediamoci se è stato sensato consigliare loro di entrare in questo processo.

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