Consiglio europeo: dal prestigioso riconoscimento per la pace alle risposte urgenti per superare la crisi

di Gianni BORSA
Sir Europa

Chi devo chiamare se cerco l’Europa? È la famosa battuta attribuita al segretario di Stato americano Henri Kissinger, ai tempi dei presidenti Nixon e Ford, e sottolineava il fatto che era difficile individuare un rappresentante unitario della Comunità europea (all’inizio degli anni Settanta si chiamava ancora così). Almeno sul versante della politica estera l’Ue ha ora provveduto a nominare un “Alto rappresentante”, ruolo ricoperto dalla britannica Catherine Ashton. Ma vi sono ruoli politici ben più importanti nell’Ue di oggi.

Il tema della rappresentatività dell’Unione europea, del “volto” e della “unica voce” dei Ventisette, si è riproposto, anche un po’ per diletto, dovendo stabilire quale fra i responsabili comunitari dovrà ritirare a Oslo il Premio Nobel per la pace, assegnato dal comitato norvegese, che tanto clamore sta suscitando nel mondo. Ci si chiede, in sostanza, se a Oslo dovrà recarsi il presidente del Consiglio europeo, il belga Herman Van Rompuy, oppure quello della Commissione, il portoghese José Manuel Barroso, o, ancora, il presidente dell’Europarlamento, il tedesco Martin Schulz. Lo stesso Schulz è sembrato fornire una soluzione nel comunicato emesso a pochi minuti dalla notizia dell’assegnazione: «Insieme alle altre istituzioni europee, aspetto con emozione – aveva scritto – il momento in cui riceveremo il Premio Nobel a Oslo». Forse si deciderà, salomonicamente, di inviare tutte e tre queste figure istituzionali, o magari si “inventerà” una modalità più originale per coinvolgere i cittadini (un rappresentante da ciascuno dei Paesi aderenti?).

La questione, apparentemente di lana caprina, ripropone, in un momento cruciale della storia europea – quella stessa storia contraddistinta dalla pace che ha portato al Nobel – quale sia il rapporto tra le diverse istituzioni comunitarie, e se, più in generale, l’architettura istituzionale dell’Ue sia funzionale per guidare efficacemente la “casa comune”.

Lo spinoso argomento si è tante volte ripresentato soprattutto a partire dall’avvio della crisi economica, che ha visto una Ue non di rado in ritardo nell’assumere decisioni per contrastare la recessione, per difendere l’euro, per rilanciare l’economia reale. Ritardi peraltro da imputare in massima parte – questo va ammesso – alla diversa visione di integrazione comunitaria che hanno in mente i governi dei Paesi membri, divisi tra europeisti convinti, euroscettici di vecchia data, europrudenti e persino antieuropei di nuovo conio.

Questa settimana che si apre a Bruxelles sarà ancora una volta decisiva sul versante istituzionale e politico. Il 18 e 19 ottobre si svolgerà infatti un ennesimo Consiglio europeo dedicato alla risposta alla crisi. «Il Consiglio esaminerà i progressi compiuti nell’attuazione del patto per la crescita e l’occupazione e, se necessario, stabilirà ulteriori orientamenti per promuovere» il lavoro e la ripresa, si legge nell’ordine del giorno. Il presidente del Consiglio Van Rompuy riferirà – come egli stesso segnala – sui «lavori in corso di svolgimento sul futuro dell’Unione economica e monetaria a seguito» del summit di giugno. «In tale contesto, il Consiglio valuterà i progressi compiuti sulle proposte relative a un meccanismo europeo unico di vigilanza bancaria», avanzate a settembre dalla Commissione Barroso, «e, se del caso, fisserà ulteriori orientamenti». La riunione dei leader «considererà inoltre la questione più vasta dell’unione bancaria e delle sue componenti».

Ma, al di là dell’ordine del giorno formalmente definito, i 27 capi di Stato e di governo, dopo aver fugacemente brindato al Nobel, dovranno tornare a rimboccarsi le maniche per risolvere gli immani problemi sul tavolo. Se vi riusciranno, daranno la miglior risposta a quanti, in questi giorni, criticano il riconoscimento giunto da Oslo.

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