Il viaggio di una delegazione italiana Caritas. Il racconto di Paolo Beccegato, responsabile area internazionale, che chiede «maggiore generosità»

profughi siriani

Occhi spenti di donne che hanno perso figli e mariti durante la guerra o la fuga drammatica e concitata dalla Siria. Occhi terrorizzati di bambini che hanno visto morte e violenza. Occhi afflitti di anziani che non avrebbero pensato nella loro vita di assistere a tanto orrore. Sono gli sguardi dei profughi siriani incontrati la scorsa settimana durante il viaggio in Giordania della piccola delegazione di Caritas italiana.

Sono circa 130mila i profughi dalla Siria assistiti da Caritas Giordania, il 10% di 1 milione e 300mila siriani accolti sul territorio del piccolo Paese mediorientale (su 6 milioni di abitanti), di cui solo una piccola parte vive nei campi. La maggiorparte, a Zarqa, a Mafraq, abita in alloggi di fortuna, in stanze o garage in affitto.

Caritas Giordania li aiuta – l’80% sono donne e bambini – tramite otto centri sanitari e sociali, con medici, psicologi, psichiatri e tantissimi volontari. Anche le parrocchie attuano distribuzione di cibo e beni non alimentari. Caritas italiana li ha supportati finora con 30mila euro. Al termine della missione ha deciso di destinare altri 50mila euro per progetti di sostegno al volontariato e un nuovo centro per anziani e disabili siriani. Una cifra che rientra nei 550mila euro complessivi donati finora per aiuti d’urgenza alle Caritas di Siria, Giordania, Libano e Turchia. Somme quasi irrisorie rispetto agli interventi per altre emergenze internazionali come i terremoti, perché «le offerte dei donatori italiani per la Siria sono state molto basse, non hanno raggiunto i 150mila euro», spiega all’agenzia Sir Paolo Beccegato, responsabile dell’area internazionale di Caritas italiana, tra i delegati in Giordania, che chiede agli italiani «maggiore generosità» (tutte le info sul sito www.caritasitaliana.it).

Qual è il clima che si respira tra i profughi siriani in Giordania? Come vedono l’ipotesi di un intervento militare internazionale?

«È un popolo molto fiero, ma abbiamo visto sofferenze atroci. C’è tanta incertezza, ansia e preoccupazione. La gente è molto addolorata e preoccupata per il futuro, perché non ci sono le premesse per il dialogo. Sappiamo tutti che questa guerra, con oltre 120mila morti in due anni e mezzo, ha colpito finora soprattutto i civili, senza il minimo rispetto del diritto umanitario. Secondo un rapporto dell’Unhcr le atrocità sono peggiori di quelle in Bosnia. Tra i profughi sembra venire meno la speranza di una soluzione. Intuiscono che l’intervento internazionale non può risolvere i problemi, se non innescare una ulteriore spirale di violenze in tutta la regione medio-orientale e aumentare il numero di rifugiati. In Giordania abbiamo visto passare tantissimi camion diretti in Siria, carichi di armi e combattenti stranieri. Invece di fare un’operazione militare così forte e decisa, la comunità internazionale dovrebbe bloccarne l’afflusso e organizzare dei colloqui di pace. Solo così la guerra finirebbe».

L’80% sono donne e bambini. In quali condizioni vivono?

«La condizione materno-infantile è molto grave. Tanti bambini hanno problemi sanitari. Sono pochi quelli che vanno a scuola, perché devono fare piccoli lavoretti per aiutare la famiglia. Gli adulti con lo status di rifugiato tentano di inserirsi nella società giordana. Le donne sono molto brave nell’artigianato, nella cucina. Gli uomini provano a cercare lavoro, ma vengono sfruttati, soprattutto nell’edilizia. Basti pensare che la paga di una giornata lavorativa in nero non copre le spese per gli spostamenti».

La settimana scorsa il re Abdullah II ha incontrato Papa Francesco a Roma. Quali gli echi in Giordania, rispetto ai tentativi di mediazione con il governo siriano?

«Sembra che il re di Giordania abbia tentato di parlare con Assad per azioni a favore dell’apertura e del dialogo. Ma non ha avuto successo. Il contesto giordano è sempre stato molto dialogico: stavolta pare che i rapporti con la Siria si siano un po’ incrinati».

Al termine del viaggio, come pensate di sostenere ulteriormente Caritas Giordania?

«In Giordania c’è stato un grande coinvolgimento dei volontari, quasi raddoppiati. Perciò daremo altri 50mila euro per un progetto di formazione e sostegno al volontariato e per aprire un centro per anziani e disabili, dove potranno fare fisioterapia. Il problema è che questa emergenza richiederebbe molta più solidarietà da parte degli italiani. In due anni e mezzo sono arrivati solo 150mila euro di offerte, gli altri 400mila euro li ha versati la Caritas. Purtroppo abbiamo riscontrato circa il 90% in più di solidarietà quando si tratta di terremoti o altri catastrofi naturali: forse perché ci si immedesima di più (potrebbe capitare anche a noi) o forse perché i media non riescono a documentare o spiegare bene le ragioni dei conflitti. Rinnoviamo perciò l’invito ad una maggiore generosità».

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