L’Unesco l’ha riconosciuta membro a pieno titolo

a cura di Daniele ROCCHI

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Con 107 voti a favore, 52 astensioni e 14 voti contrari la Palestina è stata ammessa come membro a pieno titolo dell’Unesco, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura. La decisione assunta dalla Conferenza generale dell’organismo Onu, ha trovato, tra gli altri, il favore di Brasile, Russia, Cina, India, Sud Africa e Francia, l’astensione dell’Italia e l’opposizione di Germania, Canada, Israele e Stati Uniti.

Questi ultimi, che hanno definito l’ammissione «prematura» e «controproducente», hanno minacciato anche la sospensione dei finanziamenti all’Organizzazione. Il che rappresenterebbe un duro colpo per l’Unesco, che dagli Usa riceve il 22% del suo bilancio. Il ministro degli Esteri palestinese Riyad Al Maliki, a sua volta, ha parlato di «momento storico che restituisce alla Palestina alcuni dei suoi diritti», mentre Sabri Saidam, consigliere del presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas, ha dichiarato che «si tratta di uno dei pilastri nella nostra lotta per l’indipendenza». Altrettanto chiaro il commento israeliano: «Una tragedia che non porta cambiamento nei rapporti tra Israele e Palestina e che allontana un accordo di pace».

Il voto Unesco ha un valore simbolico e giunge in attesa che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu si pronunci sull’ammissione della Palestina nelle Nazioni Unite, come richiesto lo scorso settembre dal presidente palestinese Abu Mazen alla 66ª Assemblea generale. Sulla decisione ecco il parere di monsignor William Shomali, vescovo ausiliare di Gerusalemme e vicario per la Palestina del Patriarcato latino di Gerusalemme.

Eccellenza, qual è l’importanza del riconoscimento Unesco per la Palestina?
Credo di tratti di una vittoria. L’importanza di questo voto è doppia: lo è da un punto di vista culturale e da un punto di vista politico. A livello culturale la Palestina possiede i siti religiosi cristiani più importanti del mondo e questa decisione ne rappresenta un chiaro riconoscimento. La Palestina avrà una parola importante in questo consesso. Non dobbiamo dimenticare poi, la candidatura di Betlemme per vedere riconosciuta come patrimonio dell’umanità la basilica della Natività. Sul piano politico, inoltre, questa decisione dell’Unesco potrebbe rappresentare un preludio al riconoscimento alle Nazioni Unite. Credo, infatti, che gli stessi Paesi che hanno votato all’Unesco, potranno votare per la Palestina anche all’Onu. Dunque per i palestinesi c’è anche la speranza per un riconoscimento del loro Stato, tanto atteso.

Anche questa volta Israele e Usa hanno espresso voto contrario, in linea con la posizione sulla richiesta di riconoscimento di uno Stato palestinese…
Lo scopo è noto: impedire questa candidatura per non agevolare il riconoscimento dello Stato palestinese. Gli Usa hanno votato contro per rispettare Israele. Credo si tratti di una sconfitta per gli Usa che vorrebbero fare pressioni economiche per impedire questo riconoscimento. Un atteggiamento che non trovo democratico, dal momento che a votare a favore è stata una maggioranza.

Concretamente cosa può significare questo voto per i tanti luoghi santi, per i siti storici e archeologici di cui è ricca la Palestina?
Non sono un esperto in questo campo ma penso che ci saranno benefici sotto il profilo turistico, religioso, culturale ed economico. Il turismo aiuta lo scambio culturale, sociale, religioso, aspetti questi che stanno a cuore all’Unesco. L’arrivo di un gran numero di turisti e pellegrini nel Territori, a Betlemme, ed anche a Gerusalemme, non potrà che fare bene alla causa della pace. Ed anche all’economia. I pellegrini sono ponti di pace e di dialogo e portano anche benessere alla popolazione locale, cristiani, ebrei e musulmani. Anche l’economia aiuta la pace.

Ne potrebbe giovare anche il dialogo interreligioso, così cruciale per questa Terra?
Certamente. Gerusalemme e Betlemme, per fare un esempio, sono città care anche alla tradizione islamica. L’auspicio è che possa rafforzarsi un turismo interreligioso in cui cristiani, ebrei e musulmani possano venire in Terra Santa e pregare lo stesso Signore. È molto importante in vista di un modello di coabitazione e di coesistenza tra le tre religioni. Che poi è quello su cui si è riflettuto ad Assisi non più tardi di pochissimi giorni fa. Pregare insieme e conoscersi è fondamentale per il futuro di questa terra.

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