Oggi l'Inauguration Day del presidente americano che da subito dovrà affrontare ancora molti problemi…

di Damiano BELTRAMI
Corrispondente Sir da Washington

Con la cerimonia di insediamento di oggi, parte ufficialmente la seconda amministrazione Obama, e la sua agenda è già fitta. Sul fronte interno, il presidente statunitense è chiamato a chiudere in tempi brevi un accordo, ora più vicino, sul tetto del debito; deve giungere a una regolamentazione del possesso di armi d’assalto per evitare tragedie come quella recente di Newton in Connecticut; e mettere in pista una legge in materia di immigrazione. In politica estera, la sfida è contenere al-Qaeda in Pakistan, Afghanistan e sempre più in Africa. La nuova amministrazione deve anche favorire la fine della guerra civile in Siria, monitorare le fragili democrazie arabe sorte dalle “primavere” e disinnescare la crisi del nucleare iraniano.

Tetto del debito

Alla vigilia dell’Inauguration Day del 21 gennaio (quando significativamente giura fedeltà alla nazione sulle Bibbie che appartennero a Martin Luther King e ad Abramo Lincoln) per Obama è arrivata una piacevole sorpresa. È più vicino l’accordo sul “debt cealing”, il tetto del debito, ovvero l’ammontare del denaro che il governo può prendere in prestito per sovvenzionare le misure già approvate dal Congresso. John Boehner, presidente della Camera ed esponente di spicco dei repubblicani, ha detto che il suo partito è disposto a votare un aumento del tetto del debito per tre mesi. Innalzare annualmente il tetto del debito in passato era una prassi automatica. Ma la questione è diventata spinosa da quando nel 2011 un gruppo di deputati repubblicani affiliati al Tea Party, la costola iperliberista del partito repubblicano, sostenne che l’America doveva ridurre drasticamente il debito e qualsiasi rialzo era inaccettabile, salvo significativi tagli delle spese federali. Adesso, però, i repubblicani a fronte di sondaggi negativi hanno ammorbidito la posizione.

Misure anti-armi

L’altro punto su cui Obama ha già cominciato a dare battaglia è porre un freno al possesso di armi d’assalto, una necessità resa ancor più urgente dopo la strage nella “Sandy Hook School di Newton”, dove il 14 dicembre scorso venti bambini e sei adulti sono stati uccisi da uno squilibrato. Il piano di Obama in proposito prevede quattro punti cardine: rendere universali i controlli sugli acquisti, evitare la vendita di armi militari d’assalto e dei caricatori con più di dieci proiettili, aumentare la sicurezza nelle scuole, facilitare l’accesso a cure per malattie mentali. Obama vuole far passare queste linee guida con 23 ordini esecutivi, ma un vero cambiamento può arrivare solo da una nuova legge, e per approvarla servirà un accordo con i repubblicani, che alla Camera hanno la maggioranza. «Solitamente scommetto contro qualsiasi legge che limiti il possesso d’armi in America perché la lobby delle armi è potentissima», spiega Al Hunt, uno dei più quotati analisti politici di Washington. «Ma dopo l’orrore di Newton ci sono maggiori spiragli. Inoltre sia Gabrielle Giffords», la deputata democratica dell’Arizona gravemente ferita da un colpo di pistola durante un comizio due anni fa, «sia il sindaco di New York Michael Bloomberg sono impegnati in una vigorosa campagna di sensibilizzazione che potrebbe portare a risultati inediti».

Al-Qaeda in Africa

Il ritiro americano dall’Afghanistan è vicino, ma la battaglia di Washington contro il network fondato da Osama bin-Laden è lungi dall’essersi conclusa. In questa fase gli Stati Uniti temono le infiltrazioni di al-Qaeda in Africa, specialmente nel Maghreb. L’Algeria è uno degli Stati chiave in questo senso, e il timore del dipartimento di Stato è che si trasformi in un nuovo Afghanistan. Sul conflitto in Mali, per ora Washington non interviene direttamente. La legge americana proibisce di appoggiare governi che sono saliti al potere con colpi di stato come quello del Mali, sia pure ora rappresenti il baluardo contro l’avanzata dei gruppi islamisti, in parte sostenuti dalle milizie mercenarie un tempo al soldo del leader libico Muammar Gheddafi. Washington, però, indirettamente assiste l’azione francese tramite intelligence, droni e fondi. Soprattutto perché teme una “afghanizzazione” del territorio. «Dal colpo di stato della scorsa primavera una serie di gruppi, dagli indipendentisti agli islamisti, passando per trafficanti di armi e di droga si sono fusi», dice Jennifer Cooke, direttrice del centro africano del think-tank Atlantic Council. «Il timore è che il territorio diventi un santuario per reti terroristiche africane e per miliziani provenienti da altre regioni, e da qui possano lanciare attacchi all’Europa, contro altri obiettivi africani, e in qualche misura contro gli Stati Uniti».

La nuova squadra del presidente

Per affrontare problemi interni e internazionali, Obama si affida a una squadra rinnovata composta da fedelissimi. Gli uomini chiave del nuovo corso sono al ministero del Tesoro, Jack Law, veterano delle amministrazioni Clinton ed ex dirigente di Citibank divenuto da tempo un obamiano doc; alla Difesa, Chuck Hagel, ex senatore repubblicano del Nebraska, inviso ai repubblicani stessi per le sue posizioni su Israele e Iraq; e agli Esteri, John Kerry, candidato presidenziale per i democratici nel 2004. 

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