La prima campanella è suonata e le aule degli istituti scolastici hanno ricominciato a riempirsi. Ma non tutto funziona ancora a regime

di Alberto CAMPOLEONI

L’anno scolastico è partito in un contesto di attese forti. A cominciare da quelle legate allo scenario istituzionale, quello di un sistema scuola che promette di cambiare nel giro di breve. La riforma della scuola (l’ennesima) è stata infatti annunciata e fa già discutere nei suoi aspetti “tecnici”, a proposito della reale possibilità di migliorare la “macchina”, soprattutto per quanto riguarda la questione insegnanti, con le nuove assunzioni e via di seguito. Si tratta di temi importanti, anche se il “cuore” della questione scuola sta altrove e in particolare nel rilancio della cura educativa, cioè dell’attenzione fattiva alla promozione “di umanità”. In questa direzione – che chiede un coinvolgimento forte e un’assunzione di responsabilità allargata da parte dei diversi settori della società, a cominciare naturalmente dalla politica – va comunque registrata una crescita di attenzione. La scuola “al primo posto”, la scuola “decisiva” per il Paese: parole e promesse tutte da verificare, ma intanto qualche riflettore in più si è acceso.

Attese, dunque. Comprese quelle più “private” – ma in realtà non lo sono – di chi la scuola la vive in prima persona: i ragazzi, a cominciare dai più piccoli. Per loro si tratta di cominciare – per qualcuno è la prima volta, per altri quasi una consuetudine – un’avventura vera e propria. Si tratta di affrontare un ambiente allargato rispetto a quello della propria famiglia, di misurarsi con i coetanei e con adulti significativi. Anche con se stessi, messi alla prova, in un’arena meno protetta di quella solo familiare, nelle proprie capacità, comprese quelle relazionali. Per alcuni in realtà – anche questo è un fatto da considerare – avviene invece il contrario: si trovano finalmente in un ambiente “protetto”, giacché alcuni contesti nei quali si trovano a vivere, anche i più piccoli, non lo sono affatto. E la scuola molte volte può diventare per quanti si confrontano con condizioni familiari e sociali degradate e disagiate un vero presidio, una tutela, un abbraccio accogliente.

Le attese sono anche quelle dei genitori, che un curioso sondaggio britannico ci mostra in buona parte “piangenti” di fronte al piccolo che lascia il nido familiare per “emanciparsi”. Al di là dell’immagine colorita, fa pensare come talvolta nelle famiglie la conquista di autonomia da parte dei più piccoli (e degli stessi adulti) non sia affatto cosa facile e come la scuola possa diventare un aiuto importante: per gli alunni e i genitori stessi. Nella nostra società talvolta i figli sono considerati un “possedimento” prezioso di mamma e papà. La scuola, invece, li consegna alla società, di fatto segna una strada nuova, apre destini e orizzonti.

Orizzonti sui quali vale la pena di soffermarsi: dove va la strada della scuola, dove porta? Papa Francesco, recentemente, indicava come obiettivo del percorso scolastico la “magnanimità”, la grandezza di mente, di spirito e di cuore. Tre dimensioni che compongo l’umano tutto intero. E la scuola porta qui, all’uomo tutto intero, che si sviluppa appieno, diventa grande. Gli alunni imparano, sviluppano “competenze”, anche le più diversificate, ma soprattutto diventano uomini. Ecco di nuovo il “cuore” della scuola, ecco l’attesa più importante.

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