La sospensione delle relazioni interpersonali ha fatto sì che, sia pure a distanza, i secondi diventassero un aiuto indispensabile per i primi

di Carlo RIGANTI

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Opinionisti e pensatori hanno considerato gli effetti del lockdown solo dal punto di vista economico, arrivando alla conclusione che, tutto sommato, gli anziani se la sono cavata meglio poiché hanno continuato a percepire gli stessi redditi, non considerando l’effetto deleterio che questo isolamento ha prodotto su gran parte di loro. Relazionarsi con gli altri è un bisogno essenziale per tutti gli esseri umani e un isolamento prolungato come quello imposto dal Covid-19, ha avuto notevoli conseguenze negative dal punto di vista psicologico. Ne hanno risentito di più i soggetti più vulnerabili allo stress: anziani, disabili e chi soffre di patologie psicofisiche o neurologiche.

Al contrario, la stragrande maggioranza dei bambini, avendo dovuto mantenere una routine, per quanto possibile, dando spazio alle lezioni «da remoto», e avendo potuto esprimere le proprie emozioni con attività piacevoli, quali il canto, il disegno, il gioco, hanno potuto attraversare quasi indenni questa terribile pandemia, divenendo a loro volta un aiuto insostituibile per i loro nonni. Da questo rapporto nonni-nipoti, che i moderni mezzi di comunicazione hanno mantenuto in moltissimi casi inalterato, ne è scaturito un arricchimento reciproco.

Infatti il grosso problema che tutti hanno avuto, gli anziani in particolare, al di là dell’isolamento imposto, è stato fin da subito quello di rimodulare il molto tempo a disposizione per evitare che diventasse un grosso «buco nero» dal quale essere ingoiati. Dai propri contatti giornalieri con i nipoti, hanno subito compreso che s’imponeva l’urgenza di darsi una «regola di vita». A somiglianza dei propri nipoti, hanno suddiviso le proprie giornate in tanti piccoli spazi da dedicare, oltre ai pasti in comune: alla preghiera, secondo le scansioni della Diurna laus, ai lavori casalinghi di primavera, alla lettura, allo studio (c’è chi si è messo a studiare l’inglese), al mantenere i contatti serali con figli e nipoti. Una opportunità che, a differenza di altri hanno potuto avere, è stata anche quella di dedicare del tempo alle camminate quotidiane nel verde del proprio condominio.

Nei contatti con i nipoti, a loro volta, hanno cercato di far loro percepire l’importanza delle norme igieniche e comportamentali da tenere in questa pandemia, fungendo da filtri, raccontando loro la verità in modo semplice, spiegando cosa stava succedendo in modo comprensibile e rassicurandoli sull’operato di medici, infermieri, scienziati e forze dell’ordine. In altre parole hanno cercato di far loro ricuperare il senso dell’appartenenza a un unico popolo in cammino verso un unico traguardo; che il passo dell’adulto si deve modulare sul passo del bambino; che la presenza del forte, diventa sostegno e aiuto del più debole, all’insegna di una solidarietà condivisa in mille rivoli.

In tale rapporto quotidiano, quasi senza accorgersi, si è reciprocamente instillata la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici; di riorganizzare positivamente la nostra vita dinanzi alle difficoltà; di ricostruirci restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza perdere la nostra umanità, senza cadere nel buco nero della depressione. In tutto ciò che oggi, con un termine inusuale, viene definito «resilienza».

Non c’è cosa più bella che emozionarsi nel ricupero dei rapporti umani; nel dare un bacio e un abbraccio; un bacio ai genitori, un abbraccio a fratelli e sorelle; giocare con i propri figli o nipoti; ricevere una telefonata inaspettata da un amico; nel contemplare il rosso di un tramonto; nel fare una passeggiata nel verde, in riva al mare o su un sentiero montano; una canzone da ascoltare, un libro da leggere, una vita da vivere; sapendo che abitiamo sotto le tende di un popolo in cammino verso una terra promessa; che è il ritorno a casa dell’umanità intera, dove un Padre amoroso ci aspetta facendoci riscoprire che era con noi anche durante le fatiche di un cammino difficile e impervio verso una città, dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso.

 

 

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