È uscito il primo Rapporto italiano sul Benessere equo e sostenibile, che mira a superare il Prodotto interno lordo come unico indicatore di crescita

di Andrea CASAVECCHIA

Famiglia

È stato presentato in questi giorni da Istat e Cnel il primo Rapporto Bes, l’acronimo di Benessere equo e sostenibile.  Dietro un lavoro lungo e complesso si nasconde un’ambizione storica: superare il Pil (Prodotto interno lordo) come unico indicatore della crescita di un Paese. I suoi limiti sono evidenti da tempo, perché il Pil non fornisce indicazioni sulle disuguaglianze presenti tra i cittadini e tra le famiglie e tanto meno sulla qualità della loro vita.

Dietro l’elaborazione di alcune cifre c’è una cultura. Il tentativo di superare un indicatore esclusivamente economico con uno più ampio e completo mostra l’interesse a occuparsi di tutte le dimensioni dell’umano: culturali, relazionali, psicologiche. Si potranno suggerire diverse strade per le politiche di una società.

Certo, come ha segnalato l’economista Leonardo Becchetti: «Siamo tutti consapevoli che la crescita economica è importante perché se il Pil non è tutto, non si possono pagare i debiti con il Bes. Nonostante questo è assolutamente chiaro che per tenere assieme i tre poli del problema (economico, sociale e ambientale) e monitorare il benessere e la soddisfazione di vita di un Paese è fondamentale guardare a un insieme più ampio di indicatori».

L’auspicio è che il Bes sia uno strumento che possa suggerire e offrire indicazioni per politiche innovative in Paesi democratici, come l’Italia, la Germania e la Francia, che si muovono nella stessa direzione. Il processo per definirlo ha coinvolto diversi protagonisti perché misurare il “progresso” non è soltanto una sfida per i tecnici: quegli esperti che estraggono alcuni indicatori statistici da alcuni concetti teorici. Per misurarlo è necessario affrontare una sfida culturale per cogliere su quali elementi si possa comprendere lo “sviluppo integrale delle persone e dei popoli” come lo definisce il magistero sociale della Chiesa. Così analisti, professori universitari e ricercatori sono stati affiancati dai rappresentanti dell’associazionismo, dei sindacati e del terzo settore, perché il concetto di benessere è ampio e mutevole, nonché dipendente dal periodo storico in cui si vive. Dunque, c’è bisogno di un percorso continuo di condivisione.

Il risultato del primo rapporto Bes presenta 12 dimensioni di benessere che vanno dalla salute all’ambiente, dall’istruzione al patrimonio paesaggistico culturale, dal lavoro e la sua conciliazione alla ricerca e innovazione, dal reddito alle relazioni sociali, dalla soddisfazione della vita alla sicurezza, dalla politica alla qualità dei servizi.

Il quadro emerso della società italiana ha luci e ombre. Si confermano le difficoltà nei consumi, la diffidenza verso le istituzioni politiche, lo stallo nel mondo produttivo. Però si segnalano le ricchezze del patrimonio culturale e paesaggistico, la forza delle reti familiari, i progressi per le innovazioni organizzative delle imprese.

Insomma l’Italia ha debolezza, ma anche punti di forza per ricominciare un cammino per migliorare la qualità della vita dei cittadini.

Ti potrebbero interessare anche:

Questo sito fa uso dei cookie soltanto per facilitare la navigazione Maggiori Informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi