È l’Occidente, non il mondo, a essere in difficoltà

Nicola SALVAGNIN

Borsa

Non ripagheremo i nostri debiti (pubblici) se non produrremo ricchezza; e lo potremo fare solo lavorando. Peccato che ciò che manca, soprattutto nel ricco Occidente, è proprio il lavoro. Ufficialmente sono 44 milioni i disoccupati nei 34 Paesi dell’Ocse. Ma come è stato giustamente fatto rilevare, questi sono “solo” gli iscritti agli uffici di collocamento. All’appello mancano coloro che il lavoro non lo cercano più; quelli sotto-occupati o a part time più o meno volontario; quelli parcheggiati nei corsi di studio, con scarsa speranza di entrare nel mondo del lavoro. E quei 44 milioni iniziali perlomeno raddoppiano.

La disoccupazione non risparmia quasi nessuno. Drammatica in Sud Europa, pesante anche in certi Paesi del Nord (Gran Bretagna, Irlanda), ai massimi livelli storici negli Usa. Due fattori storici e uno contingente stanno creando un bubbone che rischia di compromettere il nostro futuro.

La globalizzazione esplosa nell’ultimo decennio ha trasferito interi pezzi di economia dal Primo al Terzo mondo, dove la manodopera costa poco e non vanta diritti. Tessuti, calzature, giocattoli, bici, utensili vari, computer, condizionatori, mobili e tutto ciò che non abbisognava di particolari competenze professionali o artigiane, si è trasferito da qui in Cina, India, Nord Africa, Messico. Processo in buona parte irreversibile, anche se alcune produzioni stanno tornando indietro: trasporti, aumento dei salari e qualità insoddisfacente dei prodotti hanno fatto la loro parte.

L’altra grande novità che ha “bruciato” posti di lavoro è stato il progresso tecnologico, in particolare l’informatica. Computer, internet, macchinari sempre più abili e sofisticati hanno sostituito in tutto o in parte l’uomo. Una novità tecnologica è interessante e utilizzata laddove “abbatte i costi”, cioè appunto sostituisce l’uomo. Anche qui, processo irreversibile.

La contingenza, invece, è data dalla crisi economico-finanziaria che ha colpito il mondo occidentale dal 2008 e che non accenna a placarsi. Molta nostra ricchezza era… di carta: il crollo dei valori di Borsa è la testimonianza più eloquente. E lì si è innescata una spirale micidiale: meno consumi frenano le produzioni; le fabbriche licenziano o chiudono; i redditi si abbassano viepiù in una spirale per ora tenuta a freno dai sussidi pubblici e, quindi, dal debito degli Stati. Che cresce più di quanto cresca la ricchezza che deve ripagarlo.

È l’Occidente, non il mondo, ad essere in forte difficoltà; l’Occidente con i suoi elevatissimi standard di vita e con il welfare conquistato nel Novecento e ora in bilico. Un Occidente anche impigrito, che ha man mano schifato e schivato i lavori più duri e meno redditizi: prima sfruttando le vaste plebi locali, poi generando flussi migratori e infine delocalizzando la stessa economia.

Ora i buoi sono scappati, chiudere la stalla è anzitutto inutile: il Terzo mondo è così vasto e disperato che sarà per decenni ancora concorrenziale; e nei nostri Paesi sono giunti e si sono stabiliti milioni di immigrati a fare quel che noi non gradivamo più. Oggi uno dei rischi sociali più immediati è quello di una guerra tra poveri “autoctoni” e poveri “importati” per contendersi il (poco) lavoro.

Da ogni dove, in Italia si sta chiedendo al Governo di “rilanciare l’economia” anche per incrementare l’occupazione. Già: ma come?

Le ricette classiche non ci sono o sono impossibili. Non gli sgravi fiscali nel momento in cui si stanno addirittura aumentando le tasse. Non i posti di lavoro artificiali (ricordate i 100 mila assunti dallo Stato che richiedeva Fausto Bertinotti qualche anno fa?). Non la svalutazione di una lira che non c’è più, e che ci ha tolto dalle peste molte volte.

Gli economisti, attenti ai numeri e meno alle conseguenze degli stessi sulla gente, stanno proponendo due ricette. Una, molto americana e poco europea, propone di spendere meno, di far dimagrire lo Stato e le sue esigenze. Bello da dire. In pratica significa licenziare, e molto. Dove si reimpiegherebbero queste persone in un’economia semiparalizzata? Il Mezzogiorno, poi, finirebbe in ginocchio. O in piazza.

La seconda aggancia la crescita all’inflazione. Una di quelle cose che, inoculate nel sangue di una società e della sua economia, o la salva o la uccide. In Europa è poi impossibile finché a comandare sono i tedeschi, che considerano l’inflazione il pericolo numero uno.

Per consolidato orientamento culturale, a pochissimi viene in mente una terza strada, che porta a chiudere la forbice tra rendite e redditi, tra profitti di pochi e bassi salari di molti. Da noi si protegge molto di più il dividendo azionario dello stipendio di chi lo genera; anzi si sacrifica volentieri il secondo per far crescere il primo. Insomma – vecchio discorso – sono molto più importanti i soldi delle persone.

Forse il mondo cattolico avrebbe molto da dire e da proporre, per cambiare un andazzo che ha il fiato sempre più corto. Un esempio? I valori e la logica della cooperazione, che in questi tempi di magra si sta difendendo benissimo anche in campo occupazionale.

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