A tre donne africane l’importante riconoscimento per i diritti, lo sviluppo e la pace

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Ellen Johnson Sirleaf, 72 anni, presidente della Liberia dal 2005, prima donna capo di Stato in Africa e “signora di ferro” impegnata nella ricostruzione del suo Paese, devastato da 14 anni di guerra civile che ha causato oltre 250 mila morti. Leymah Roberta Gbowee, avvocato, anch’essa liberiana, attivista e organizzatrice di un gruppo di donne cristiane e musulmane per sfidare i signori della guerra in Liberia, vincitrice nel 2009 del Profile in Courage Award. Tawakkul Karman, 32 anni, yemenita, giornalista e madre di tre bambini, fondatrice del gruppo Women journalists without chains e distintasi nell’organizzazione delle proteste iniziate a gennaio nello Yemen contro il presidente Ali Abdullah Saleh. Sono le tre vincitrici del Nobel per la pace 2011, che verrà consegnato il prossimo 10 dicembre, Giornata mondiale dei diritti umani.

Leadership femminile
Tre donne, afferma Thorbjorn Jagland, segretario generale del Consiglio d’Europa e presidente del Comitato per il Nobel per la pace, premiate «per la loro lotta non violenta per la sicurezza delle donne e il loro diritto alla piena partecipazione al processo di costruzione della pace». Il premio rappresenta «un riconoscimento del rafforzamento» del ruolo femminile, «in particolare nei Paesi in via di sviluppo». «Non possiamo raggiungere la democrazia e la pace duratura nel mondo – conclude Jagland – se le donne non possono ottenere le stesse opportunità degli uomini nell’influenzare lo sviluppo della società a tutti i suoi livelli».

Esempio per tutte
Soddisfazione è stata espressa dal cardinale Peter Turkson, presidente del Pontificio Consiglio giustizia e pace, per il «riconoscimento internazionale alle iniziative di queste tre donne». In particolare, ha aggiunto, «desidero lodare il loro nobile impegno, specialmente in ambito politico e per la dignità e i diritti delle donne, come esempio per le molte donne leader nel mondo». Grazie al Nobel «il mondo riscopre la Liberia», ha detto Ellen Johnson Sirleaf. Di un premio «di tutti i liberiani, per quello che hanno passato negli anni di guerra civile, per gli sforzi di riconciliazione messi in atto finora», parla monsignor Anthony Fallah Borwah, vescovo di Gbarnga (nordest Liberia), secondo il quale «il processo di pace è lungo e difficile», ma il Paese è «sulla strada giusta». La seconda premiata liberiana, Leymah Roberta Gbowee, sottolinea che si tratta di un «riconoscimento per le donne che vivono lottando nei conflitti», grazie al quale «la condizione delle donne», il loro ruolo, «le loro esigenze e priorità non potranno più essere ignorati». «È la prova della vittoria della rivoluzione pacifica yemenita» che «è riuscita a guadagnare l’ammirazione e il rispetto della comunità internazionale», ha dichiarato Tawakkul Karman. «Spero – ha aggiunto dedicando il premio a tutti i militanti della primavera araba – che il mondo ci concederà pieno appoggio».

Pietra angolare
Per il segretario generale Onu Ban Ki-moon, il Comitato norvegese «manda un messaggio chiaro: le donne sono importanti per la pace». Un «riconoscimento della leadership femminile che sottolinea un principio fondamentale dello Statuto delle Nazioni Unite: il ruolo vitale delle donne nella promozione di pace, sicurezza, sviluppo e diritti umani». «In tutto il mondo – prosegue Ban – constatiamo» che esse «rappresentano la pietra angolare su cui si fondano famiglie e comunità. In maniera preponderante educano, assistono, intrecciano le maglie del nostro tessuto sociale». «In Africa settentrionale, Medio Oriente e altrove, ho udito voci di donne chiedere giustizia e democrazia», prosegue il segretario Onu sottolineando che «le donne stanno progressivamente guadagnando ruoli guida dovuti loro da tempo». Di qui il rinnovato impegno delle Nazioni Unite tramite la recente agenzia UN Women a «sostenerne la causa» perché, conclude Ban, «la piena inclusione delle donne nei processi democratici e di pace è un’opzione non negoziabile».

Pace, democrazia e sviluppo
Il Nobel «riconosce ciò che le attiviste e gli attivisti per i diritti umani sanno da decenni: che la promozione dell’uguaglianza è il fondamento per la costruzione di società giuste e pacifiche», dichiara Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International, secondo la quale «non celebriamo solo tre donne importanti, ma tutte le persone che lottano per i diritti umani e l’uguaglianza all’interno delle loro società». La scelta di Oslo «incoraggerà le donne di ogni parte del mondo a proseguire la lotta per i loro diritti».
In Italia Guido Barbera ed Eugenio Melandri, rispettivamente presidente del Cipsi e coordinatore di ChiAma l’Africa che insieme ad altre associazioni hanno sostenuto la campagna Noppaw (Nobel Peace Prize for African Women) promotrice della candidatura delle donne africane per un Nobel della pace collettivo, affermano: «È stato accolto lo spirito della campagna che ha messo in evidenza il ruolo delle donne come costruttrici di pace e di democrazia, ed è stato riconosciuto un senso ampio alla parola pace: non solo assenza di guerra, ma anche lotta per i diritti umani, cura della comunità, salvaguardia dell’ambiente, gestione dell’economia».

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