Monsignor John Onaiyekan, arcivescovo di Abuja, interviene sugli episodi di violenza in atto nel Paese

a cura di Patrizia CAIFFA

«Se gridassi che i musulmani ci stanno attaccando sarebbe vero solo superficialmente. La verità è che la realtà è molto più complessa. Si tratta di una situazione di insicurezza generalizzata». È quindi compito del governo «occuparsi della sicurezza» e «affrontare il problema» da un punto di vista politico «per evitare che la situazione degeneri»: queste le parole di monsignor John Onaiyekan, arcivescovo di Abuja, in Nigeria.

Ieri, nel nord del Paese, è stata sventata un’altra strage, con la scoperta di tre bombe pronte a esplodere all’Università di Kano. Lo scorso 29 aprile lo stesso ateneo subì un attentato contro la comunità cristiana raccolta in preghiera, causando 19 morti. A fine gennaio, sempre a Kano, un altro grave attentato attribuito ai terroristi islamici di Boko Haram provocò almeno 185 morti.

Intanto stasera, alle 20.30, a Roma, davanti al Colosseo, si svolgerà una fiaccolata di solidarietà per tutte le comunità cristiane oggetto di persecuzione e discriminazione in Nigeria, in Kenya e in molte parti del mondo, promossa dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla Comunità Ebraica di Roma. Parteciperanno anche i giovani musulmani della Comunità religiosa islamica italiana (Coreis).

Proseguono gli attentati in Nigeria: è un conflitto religioso oppure no?
Non è un conflitto religioso così come viene presentato dalla stampa internazionale. Questo non vuol dire che non ci sia un aspetto religioso. Il gruppo Boko Haram viene chiamato così, ma il suo vero nome significa “Associazione di sunniti per la diffusione dell’islam e della jihad”. Già il nome ci dice qual è il loro obiettivo e per raggiungerlo sono inclusi anche gli attentati. È una piccola minoranza nella comunità islamica nigeriana. Purtroppo, anche se pochi, esercitano un influsso molto forte, perché sono riusciti a turbare le relazioni tra cristiani e musulmani e a rendere più difficile lo sforzo di vivere insieme. Io credo moltissimo nel dialogo, non perché voglio chiudere gli occhi davanti alla realtà, ma perché quando mi guardo intorno, ciò che vedo nei miei connazionali musulmani non è ciò che vedo nei Boko Haram.

Che effetto stanno avendo questi attacchi sulla società nigeriana?
È giusto sottolineare che gli effetti ricadono sull’intera società nigeriana, non solo sui cristiani. Uno degli ultimi attacchi a Kano è avvenuto durante una messa, con bombe e mitragliatrici. Ma attacchi simili sono stati fatti contro istituzioni statali e forze di polizia, uccidendo cristiani e musulmani indiscriminatamente. La settimana scorsa, per esempio, è stato attaccato un mercato di bestiame frequentato da musulmani, nel nord della Nigeria. Se venissi a Roma a gridare che i musulmani ci stanno attaccando sarebbe vero solo superficialmente. La verità è che la realtà è molto più complessa. Si tratta di una situazione di insicurezza generalizzata.

Come sta rispondendo all’emergenza il governo centrale?
Dovrebbe essere il governo ad assicurare la sicurezza di tutti i cittadini. Purtroppo in Nigeria lo Stato è molto debole. Si dice che l’opposizione appoggi Boko Haram o che non fa niente per impedire le loro attività. Ma anche all’interno del partito di governo c’è chi non fa niente. Secondo me questo problema va affrontato dal punto di vista politico. Ho fatto giungere al Capo dello Stato Goodluck Jonathan, che è anche mio amico, il mio umile suggerimento: gli ho detto che il problema non riguarda solo la sicurezza, anche se necessaria: contro criminali armati ci vuole un apparato governativo armato. Io non sono d’accordo con quei leader cristiani che invitano i cristiani a difendersi da soli. Abbiamo un esercito in Nigeria: difendere i cittadini è responsabilità dello Stato. Ma non si può vincere questa guerra solo occupandosi della sicurezza, bisogna guardare anche l’aspetto politico. Ho consigliato al governo di non accusare solo l’opposizione di sabotaggio ma di affrontare questo problema adesso, per non rischiare che degeneri in un grande conflitto. Il presidente potrebbe convocare un forum in cui tutte le correnti politiche si mettano intorno ad un tavolo e, senza accuse reciproche, affrontino insieme la questione».

Cosa possono fare i leader religiosi?
Per la prima volta in Nigeria i leader dell’islam hanno condannato le azioni di Boko Haram. Che però continuano a uccidere perché non riconoscono queste autorità. Hanno i loro imam, seguono le idee fanatiche di Al Qaeda e Talebani e non ascoltano nessuno. Però spetta ai musulmani provare a dialogare con loro.

C’è un rischio reale che la situazione degeneri?
Se la situazione degenera sarà colpa del governo. Boko Haram è solo un sintomo. Il vero cancro è dentro il Paese. Pensiamo alla corruzione. Stanno uscendo tante rivelazioni di migliaia e migliaia di dollari rubati, con nomi di persone e cifre. Ora la società nigeriana aspetta di vedere se il governo parlerà o continuerà a tacere e se i tribunali continueranno a garantire l’impunità. Questo è il momento della verità. Secondo me il presidente Jonathan è a un appuntamento importante con la storia. Non credo che la situazione degenererà verso un caos generalizzato. O il governo comincerà a lavorare bene oppure ci sarà una crisi di governo. In questo caso si rischia una grande massa di nigeriani nelle strade e nelle piazze.

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