Il Censis fotografa una realtà che sembra irreversibile. A rischio povertà 39 famiglie su cento. «Oggi occorre soprattutto un intervento sociale»

di Roberto REA

disoccupati

A leggere il rapporto del Censis sul Mezzogiorno, presentato lo scorso 19 marzo, si rabbrividisce. Non è tanto la drammaticità dei dati snocciolati, che fa più impressione. Tra questi, quello relativo alla povertà – sono a rischio di povertà 39 famiglie su 100, a fronte di una media nazionale del 24,6% – quello del reddito pro-capite (17.957 euro), inferiore della Grecia (18.454), quello delle 300mila persone rispetto a un totale di 505mila che hanno perso il lavoro dall’inizio della crisi e quello relativo al Pil, che negli ultimi due anni si è ridotto del 10% in termini reali a fronte di una flessione del 5,7% registrata nel Centro-Nord. Pur nella loro crudezza, questi dati certificano l’abisso che separa il Nord e il Sud e trovano riscontro nelle decine di rapporti stilati negli ultimi anni dalla Banca d’Italia o dall’Istat. Una situazione che ha le caratteristiche dell’irreversibilità.

Il lamento sulla mancanza di risorse. Una prima questione riguarda le risorse economiche. È un luogo comune ritenere che al Mezzogiorno siano destinate risorse insufficienti. È vero esattamente il contrario. Due esempi. Il Sud spende per l’istruzione pubblica più del doppio del Nord (6,7% del Pil contro il 3,1 del Nord), eppure un terzo dei suoi giovani tra i 15 e i 29 anni non studia e non lavora e il 23,7% degli iscritti meridionali all’Università si sposta altrove, contro una mobilità di solo il 2% dei loro colleghi del Centro e del Nord. Nonostante una spesa abnorme del Sud sulla Sanità, che grava per il 90% sui bilanci delle Regioni, con un costo del personale che incide in maniera abnorme (in Sicilia, ad esempio, c’è un numero di medici ogni dieci posti letto che è doppio di quelli utilizzati in Friuli Venezia Giulia), il livello dei servizi offerti è percepito in maniera disastrosa: da un’indagine svolta sempre del Censis, risulta che mentre a Nord-Ovest e Nord-Est è rispettivamente il 7,5% e l’8,7% il numero dei cittadini intervistati che giudica in peggioramento il livello dei servizi sanitari, al Centro è il 25,6% e al Sud e nelle Isole addirittura il 32,1%. Questo dato trova riscontro ancora più marcato nell’intenzionalità di fuga dalla Sanità regionale nel futuro, che nel Mezzogiorno raggiunge il 55,4%. I soldi, quindi, ci sono, ma vengono spesi male o neanche chiesti. A meno di un anno dalla chiusura del periodo di programmazione dell’obiettivo Convergenza dell’Unione europea, che prevede fondi destinati in via esclusiva alle Regioni meridionali, ammontanti a 43,6 miliardi di euro per il periodo 2007-2013, risulta impegnato il 53% delle risorse disponibili e speso solo il 21,2%. «Le Pubbliche amministrazioni meridionali – scrive il Censis – appaiono sempre più immobili, in difficoltà a gestire in modo rapido ed efficace le ingenti risorse appositamente destinate e ridurre il divario di crescita nel Paese e gli interventi sulle reti infrastrutturali».

L’ansia dell’urgenza. Formazione del capitale umano, innovazione, tecnologia, infrastrutture: sono queste le priorità del Sud, accompagnate da una peculiarietà, evidenziata dal rapporto del Censis in maniera netta. Una nuova visione del welfare, legata all’aumento verticale della popolazione longeva: un aumento del 35% entro il 2030, con una previsione di incremento del numero di non autosufficienti, destinati a raggiungere il numero di 783mila, con un balzo del +50,6% rispetto alla situazione attuale. Affrontare queste previsioni, privi di una “visione” della società del futuro e “forti” solo dell’ansia delle urgenze, spinge il presidente del Censis, Giuseppe De Rita, ad affermare: «La soluzione non è quella di continuare a spendere soldi. Oggi occorre soprattutto un intervento sociale. Dalla scuola ai non autosufficienti, qualcosa che crei comunità, relazione sociale. Bisogna trasformare il welfare state, che crea solo passività, in welfare community. Ecco la scommessa da lanciare e da vincere».

Un nuovo approccio culturale e sociale. De Rita propone – e come dargli torto – una scommessa per il futuro, una strategia nuova, fondata su un nuovo approccio culturale, che ripari la devastazione che negli ultimi decenni ha subìto il Sud e rilanci una prospettiva di crescita e di sviluppo, fondata su proposte ragionevoli e soprattutto tenendo presente il tessuto umano e sociale che lo costituisce. Profetica, da questo punto di vista, fu l’indicazione contenuta nel documento della Conferenza episcopale italiana del 21 febbraio 2010, intitolato “Per un Paese solidale. Chiesa Italiana e Mezzogiorno”. Scrivevano i vescovi: «Con rinnovata urgenza si pone la necessità di ripensare e rilanciare le politiche di intervento, con attenzione effettiva ai portatori di interessi, in particolare i più deboli, al fine di generare iniziative auto-propulsive di sviluppo, realmente inclusive, con la consapevolezza che sia il mercato che la politica hanno bisogno di persone aperte al dono reciproco, di una cultura politica che nutra l’attività degli amministratori di visioni adeguate e di solidi orizzonti etici per il servizio al bene comune».

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